Bella Pov
Mi ero addormentata quella sera di tanto tempo fa e
sembra oggi che mi sia svegliata da quel lungo sonno.
“Che cazzata!” Penserete.
E invece no.
Avevo ripreso la mia quotidianità piano, piano. Avevo
rimesso in sesto il mio corpo, rimanevano solo le cicatrici a ricordarmi di
quei giorni, credevo; avevo rinforzato i muscoli troppo indolenziti dallo star
ferma per molto tempo, ed ero come nuova, speravo. Avevo lasciato il lavoro
alla palestra sotto consiglio di mio padre, consiglio misto ad imposizione dato
che aveva mandato Seth per controllarmi, il quale più che fare il fratello
faceva la spia. Appena succedeva qualcosa glielo diceva. Potevo comprenderli, davvero.
Eppure tutto questo controllo mi mandava in bestia.
Ho sempre fatto a meno di dirlo a mio padre, ma la
presenza di Seth mi faceva sentire immatura e troppo controllata, cosa che mi
lasciava poco margine decisionale. Prima di fare qualcosa Seth lo faceva
presente a mio padre, il quale mi dava l’okay. Neppure da ragazzina ero
trattata così. Stavo male per la poca fiducia che riponeva in me, e pregavo
Seth perché non gli riferisse ogni cosa. Puntualmente ne rimanevo delusa!
Seth era arrivato qualche giorno dopo la chiacchierata
sul balcone da Edward, e mi aveva trovato in uno stato pietoso, lo ammetto. Me
ne andavo in giro per casa trascinando i piedi, con i capelli sempre in
disordine e la faccia sempre bassa. Le cose fuori non andavano tanto meglio.
Jeans e maglie larghe, scarpe da ginnastica, occhiali, capelli sempre raccolti,
mai un filo di trucco e gli occhi perennemente concentrati sulla strada di
fronte a me, questa era la mia divisa. Non so perché non mi permettevo di
lasciarmi andare, di guardare attorno, ma era come se fossi bloccata dalla
paura.
Ho fatto finta di non sapere, fino ad ora.
Avevo iniziato a mangiare molto di più, a guardare i film
in salotto con le mie coinquiline, avevo ripreso a uscire ogni tanto per
qualche passeggiata con Seth, James e Angela. Con loro mi divertivo, stavo
molto bene. Alice e Tanya invece erano due mondi a parte.
Non avevano più lo stesso rapporto di tutto questo tempo,
si era raffreddato moltissimo e sapevo che la causa era quella discussione di
qualche tempo fa, su come avrei dovuto comportarmi. Non avevamo più toccato
l’argomento, Tanya non aveva più parlato con noi di quello che era stato il suo
passato e se le chiedevamo qualcosa storceva il naso e sviava il discorso. Quando
uscivamo tutti insieme chiedevamo anche a loro, ma se c’era una non partecipava
l’altra e viceversa, così abbiamo iniziato ad escluderle. Avevo capito che il
piano dei miei amici era quello di farmi salire l’umore al massimo, di farmi
divertire, di farmi tornare quella d’un tempo, per cui le liti di quelle due
erano bandite dai nostri divertimenti!
Avevo avuto modo di studiare molto per l’esame finale del
master, avevo continuato a leggere come il mio solito, ma avevo smesso di
suonare la chitarra per rilassarmi. Era stata chiusa nella custodia e riposta
sotto il letto, in modo che non la vedessi; quel pezzo di me faceva ancora
bruciare l’anima. Ora per cercare di sbollire i nervi o per dormire serenamente
mi ascoltavo un po’ di musica e chiudevo gli occhi, immaginando di essere in
una spiaggia deserta con Leah, Jake e Seth a schizzarci con l’acqua dell’Oceano.
Era diventato il mio rituale e ne avevo parlato anche con Kate via mail, per
spiegarle la situazione. Lei aveva provveduto a darmi dei consigli veloci,
facendoli passare come conforto amichevole. In primo luogo non dovevo stare da
sola, isolarmi o trovarmi nella condizione di pensare troppo.
L’avevo fatto per molto tempo. In quelle settimane ero
rimasta sempre in compagnia, anche la sera, se Angela era a casa, quasi sempre
ultimamente, uscivamo e andavamo in qualche locale solo noi due oppure ci
univamo a Seth e James. Alle volte quando cucinavo amavo la compagnia di Alice,
che frizzantina com’era mi impediva di vorticare in pensieri tristi, nonostante
il suo legame di sangue con lui.
Tanya invece era favolosa le sere in cui non avevo voglia
di uscire. Facevamo lunghissime partite a carte e sgranocchiavamo qualsiasi
schifezza possibile.
Il secondo punto dell’elenco di Kate prevedeva il
sorriso. Dovevo trovare un pensiero che mi facesse sorridere e sostituirlo ad
ogni pensiero triste quando sarebbe arrivato. Ne avevo molti che mi facevano
sorridere, ma dopo poco svanivano velocemente. Per fortuna Seth pensava sempre
a fare qualcosa per recuperare un po’ di ricordi felici, come sostituti. E così
avevo adempiuto anche quel punto. Quando sentivo la mia mente oscurarsi
chiudevo gli occhi per un attimo e visualizzavo la prima cosa divertente o
serena che mi veniva alla memoria e mi imponevo di lasciarla lì per lungo
tempo. Ce l’ho fatta. Sono stati davvero pochi i momenti di sbando.
Il terzo punto richiedeva un lavoro interiore troppo
articolato, ma ne avevo il tempo. Dovevo convincere me stessa che non ero io la
causa di quello che mi succedeva, che le cose accadono, che non sempre sono
positive e che i fatti negativi della vita aiutano solo a diventare più forti.
E così mi ero messa di fronte allo specchio nel bagno e avevo ripercorso la
storia della mia vita sulla mia pelle.
Flashback
Accarezzo
il tatuaggio sul collo, il secondo marchio che ho fatto nella mia vita.
Chi non è al mio fianco è perché
non ha saputo tenere il passo.
E’
semplice ricordare perché lo feci in quel momento. Non mi riferivo solo ai
ragazzi che ho provato ad avere al liceo, quelli che dopo aver visto quanto
poco mi concedevo, se ne sono andati. Sono sempre stata poco incline alle
effusioni in generale e oltremodo al lasciarmi andare troppo velocemente.
Insomma non sono mai stata una facile. Comunque con quella frase mi riferivo
anche agli amici. Quelle ragazze a Forks che si avvicinavano, ma lo facevano
principalmente per avere gli appunti delle lezioni, per essere ben viste dai
professori, per avere la possibilità di passare i test senza fare molta fatica.
Ed io sono sempre stata troppo stupida per rendermene conto fino in fondo. Jake
e Leah mi stavano a fianco, mi calmavano quando piangevo perché avevano detto
qualcosa di male, ma non volevo che mi difendessero davanti a tutti, volevo
essere forte. E allora mi ero convinta che non era colpa mia, che le amicizie
che avevo coltivato negli anni con affetto, sincerità e pazienza erano ancora
lì a sorridermi, quelle che non c’erano più erano fasulle. Ed effettivamente,
non sento più nessuno del liceo. Ma sono felice così.
E’ impossibile solo se pensi che lo
sia
Arrivo
al terzo tatuaggio, quello sopra il polpaccio. Ricordare il motivo di questa
incisione d’inchiostro è più difficile, non perché non mi viene alla memoria,
ma perché fa male. Avevo appena scelto di andare a Yale, insieme ai consigli di
mio padre e mia nonna. Loro ci tenevano affinché studiassi in un college
rispettabile. Era stato difficile entrare nell’ottica di lasciare i miei amici
e la mia famiglia. E quando avevo scelto di venire a Londra ho dovuto
affrontare di nuovo tutto daccapo. Non m’importava di Forks, per niente. Non
desideravo particolarmente allontanarmi da Charlie, ma solo da quel paese di
bigotti e chiacchieroni, con la puzza sotto il naso delle ragazze e la smania
di conquistatori dei maschi. Era difficile crescere in quelle condizioni. E
quando davanti ai miei occhi si è aperta la possibilità di Yale e
successivamente quella di Londra avevo esultato. Così avevo scelto di
andarmene, erano solo tre anni a Yale, ma era la prima volta che mi separavo da
mio padre, e mi sembrava impossibile. E’ stato difficile preparare i bagagli ed
essere accompagnata all’aeroporto da lui, solo con Jacob che mi seguiva per
aiutare questa povera pecorella smarrita ad ambientarsi i primi tempi, senza
sentirmi sola. Era stato difficile entrare nella camera spoglia del dormitorio
e riempirla con le mie cose, ancora più difficile svuotarla pochi anni più
tardi, per il motivo opposto. Tutti gli ostacoli davanti a me erano sembrati
impossibili, ma con l’affetto e l’aiuto delle persone che mi erano vicine,
erano diventate piccole spunte verdi: FATTO!
Non farò più degli altri la mia
priorità.
Avevo
deciso di passare il Natale con Alec, al posto che tornare a casa. Era il primo
Natale che passavo lontano da casa, in quel campus che si stava svuotando
velocemente. L’unica persona che conoscevo davvero bene, a restare con noi era
Kate. La mia compagna di stanza, la mia compagna di avventure al college. Lei
che mi aveva permesso di piangere sulla sua spalla per tutti i giorni di quella
vacanza. Non era stata una splendida idea restare lì, ero rimasta per stare con
il mio ragazzo, ma lui si infiltrava in ogni tipo di festa e finivo per passare
la notte a guardare film horror con Kate, piuttosto che raggiungerlo in
squallidi covi di alcolizzati e drogati. Avrei dovuto capirlo fin dall’inizio
che persona fosse, e invece ero cieca. Quella volta avevo messo lui davanti
alla mia famiglia, al mio benessere. Mi ero ripromessa di non farlo più, mai
più nella mia vita. Con il tempo ci ero riuscita, lentamente e lavorando sulle
cose giuste, anche grazie all’aiuto e al supporto di Kate.
Amore non è possedere, ma prendersi
cura..
Questo
forse…è l’unico che si riferisce davvero a qualcosa di fisico. L’ho fatto
scrivere sul busto, vicino al seno in obliquo verso l’ascella, per ricordarmi
che il mio corpo va trattato con cura. Non ci devono essere violenze, brutalità
o attacchi di rabbia. Nessuno si può permettere di scagliarsi contro il mio
corpo con violenza. L’avevo tatuato perché Alec in una notte in cui era fuori
di sé mi aveva presa e sbattuta al muro per fare sesso, senza chiedere se mi
andava, senza farmi stare bene. Solo perché ne aveva voglia. Era entrato con
prepotenza e mi aveva fatto male. Lui era arrabbiato, scosso e un po’ brillo ed
io ero lì, nell’appartamento che condividevamo in quel periodo, indifesa e
debole, senza potermi difendere. Non avevo voglia di ripetere l’esperienza, non
potevo sentirmi così ancora una volta. Ho fatto fatica a guardarmi allo
specchio per molto tempo, la vivevo come una violenza. Non ho mai sopportato di
essere costretta a fare qualcosa, e chi usava la forza mi faceva schifo. Ancora
una volta...avrei dovuto capire che uomo mi stava affianco.
La felicità fa rumore quando se ne
va..
Era
stato semplice prendere quella decisione. Era stato semplice scrivere quelle
parole in un punto in cui l’avrei sempre visto. Lo accarezzo, distrattamente,
ricordando il giorno che mi ero presentata da Jake con il disegno delle mie
parole. Mi aveva guardata sorridendo amaramente e poi aveva annuito. Avevo
scoperto di non essere incinta, l’avevo raccontato per telefono a Kate che
aveva esultato da Yale in diretta telefonica. L’urlo del suo festeggiamento mi
aveva fatto aprire gli occhi. Lei era felice. Felice perché non ero incinta di
quello che lei definiva uno stronzo, felice perché avevo di nuovo la mia vita
tra le mani e lui era lontano da me. Eppure nelle orecchie continuavano a
mischiarsi le parole della sera in cui avevo lasciato Alec, il momento in cui
aveva scagliato il portafotografie del salotto contro il muro, il bicchiere
frantumato sul tavolo, le pentole della cucina a terra. Le urla di un uomo che
sembrava distrutto dal dolore di perdere il suo amore. Pensavo che fosse per
me, pensavo che stesse così perché lo stavo lasciando…e invece era la paura di
essere messo in mezzo per la gravidanza. Solo ora mi rendo conto di quanto le
circostanze che hanno portato a questo tatuaggio fossero sbagliate. Avrei
dovuto scriverlo solo per quanto riguarda la morte di mia nonna, che mi ha
lasciato pianti isterici da sopportare per anni. Solo quello è il rumore della
felicità che è andata via. Perché con Alec non ero felice. Non lo ero affatto.
E ha fatto rumore, è vero. Il rumore dei vetri, della solitudine,
dell’incomprensione, della paura e del timore. Un rumore che con gli anni si è
attutito, lasciando solo un silenzio assordante, che non viene neppure più ricordato.
Vivere è non pensare
Una
lacrima scende mentre accarezzo il mio polso destro e un singhiozzo nasce da
dentro e mi scuote violentemente. Mentre mi appoggio al lavandino cade il
bicchiere con gli spazzolini e il rumore mi spaventa. Il rumore. Quel rumore
che ormai è l’eco lontano di anni fa. Questo rumore è quello della felicità che
se ne va, il rumore del mio pianto, di ciò che rompo, di ciò che sbriciolo per
la rabbia. Un rumore che passerà, che ignorerò con il tempo. Non pensare…è così
difficile. Eppure per un po’ di tempo ci sono riuscita. Ho vissuto il mio
momento d’oro, ho sognato, sono stata felice, allegra, con il sorriso sempre
stampato sul volto. Avevo trovato qualcosa per cui valesse la pena alzarsi la
mattina con la voglia di guardare fuori dalla finestra anche se c’era la
pioggia, e ridere di gusto. Lui…il cui nome fa male anche solo pronunciarlo,
era un pezzo troppo importante e una ferita ancora troppo fresca. Il tatuaggio
sta lì, a ricordarmi che ho vissuto, che mi sono fidata, che sono stata capace
di tornare a vivere davvero. Ma ho fallito.
Succeda quel che succeda, i giorni
brutti passano, esattamente come tutti gli altri..
L’ho
lasciato per ultimo volontariamente. Il mio primo tatuaggio. E’ così strano che
il primo sia anche l’ultimo che guardo ora, che accarezzo con le dita tremanti,
con gli occhi ancora appannati e lucidi. Passerà. Mi dico. Sono i giorni brutti
questi. Non so quanti ce ne saranno, ma passerà. Domani mi sveglierò e sarà già
passato un altro giorno. E dopodomani ancora un altro, finché tornerò a
sorridere guardandomi allo specchio, finché troverò la forza di guardare
indietro senza lacrime, fino al momento in cui il suo nome non farà più male ad
essere ricordato. E trovo davvero che questo sia il tattoo più utile e bello
che abbia fatto nella mia vita, perché l’ho scritto per colpa di mia madre, per
tutta la merda che ci ha lasciato addosso andandosene, tutti i problemi in cui
ha gettato me e mio padre…ma torna utile nella vita di tutti i giorni, nelle
delusioni d’amore, nelle delusioni in generale, nelle sconfitte, nei
tradimenti, nei momenti bui in cui non sei in grado di rialzarti. Lo accarezzo
ancora e poi torno a nasconderlo dietro l’orologio troppo grande per le mie
esili braccia. E’ l’unico pezzo di me che voglio tenermi, l’unico che nascondo
al mondo. Solo con lui non l’ho fatto, ma non me ne pento. Stranamente.
E
forse…l’amore è proprio questo, non pentirsi guardando indietro.
Avevo pianto molto nelle ore seguenti, ero stata da sola
a singhiozzare sotto il cuscino. Poi mi ero alzata cacciando via le lacrime e
rinfrescandomi il volto. Avevo messo su il mio più bel sorriso ed avevo chiesto
a Seth di andare a fare una passeggiata. Non avevamo parlato, ci eravamo
limitati a stare seduti sulle panchine di un parco a guardarci attorno, un
caffè tra le mani, entrambi con molte cose a cui pensare, probabilmente.
Avevo gli occhi bassi, ma percepivo il suono del click
della macchinetta fotografica di Seth azionarsi molte volte, sapevo che quel
parco lo adorava, ci eravamo venuti qualche giorno prima e lui si era lamentato
perché non aveva portato con se la sua piccola, intendendo la macchina
fotografica. Avevo sorriso a quel pensiero e poi avevo scosso la testa. Avevo
degli amici d’oro e dovevo farmi forza per loro. Per loro e per me stessa.
Avevo deciso.
Ma i giorni erano passati troppo velocemente.
I ricordi se ne stavano lì, rinchiusi in cassetti
pericolosi da aprire. Ed io volevo davvero avere la forza di dimenticare.
Avevo ripercorso più volte i punti di Kate ed ogni volta
sorridevo soddisfatta della mia forza.
Fino ad oggi.
Le settimane erano passate tutte similari. Seguivo il
corso, cercando di mantenermi lontana da Esme e di farmi vedere in giro il meno
possibile, non volevo che mi trovasse da sola e che venisse a parlarmi. Speravo
di non dover scambiare con lei informazioni esterne al corso e i miei
interventi in aula si erano ridimensionati parecchio. Avevo continuato la mia
routine restando in prima fila, ma avevo mantenuto un profilo basso per tutta
la durata del corso da quel momento in poi.
L’esame l’avevo sostenuto nuovamente con l’assistente,
non avevo posto obbiezioni, non era necessario. Avevo gran poca voglia di
misurarmi con lo sguardo di una madre preoccupata e dispiaciuta. Avevo ottenuto
la mia ottima votazione ed avevo sospirato di piacere una volta uscita da
quell’edificio. Solo in quel momento mi ero permessa di attendere Esme, l’avevo
invitata per un caffè. L’avevo ringraziata per come si era comportata durante i
giorni di ricovero, per la sua disponibilità e la sua imparzialità. Non le
avevo raccontato cosa fosse successo, e lei non ha fatto domande. Ho visto il
suo sguardo spegnersi quando le ho detto il perché di quel caffè.
-Torno
a casa Esme...Londra non fa più per me. Ho creduto di poter restare, ma questi
mesi sono stati difficili e non so se puoi capire ma...non mi piace girare per
strada con l’ansia di incontrarlo e non sapere che dire. Io…mi dispiace molto.
– avevo
detto con lo sguardo rivolto fuori dal locale. –Non parteciperò al prossimo corso e…volevo salutarti. Spero che tu
possa portare i miei saluti anche a Carlisle. Siete delle persone magnifiche,
ed anche…anche tuo figlio lo è… – dico, senza nominarlo, con uno sforzo titanico –Ma credo sia il caso di non rischiare di
soffrire ulteriormente..
Lei aveva annuito comprensiva e mi aveva stretto la mano
tra le sue. Avevo fatto la scelta giusta. Ero convinta delle mie scelte.
Fino ad oggi.
Oggi il mio aereo parte.
Oggi torno a casa.
Ho preparato i bagagli pensando di fare la cosa giusta.
Ho rinchiuso le mie cose in grossi scatoloni che ho spedito oltreoceano, con
l’ansia e la voglia di tornare a casa. Ho festeggiato con tutti, una cena al
ristorante, quattro salti in un locale, foto ricordo da appendere alla parete
in camera mia. Ero felice in quei momenti. O forse era solo apparenza ancora
una volta mascherata benissimo. Non ho avuto il coraggio di andare a salutarlo.
Non ho avuto il sangue freddo di mandargli un messaggio per fargli sapere che
sarei partita. Non ho neppure chiesto sue notizie a Rosalie o ad Alice. Ero
stata forte. O forse era tutta apparenza. Ancora una volta.
All’interno dell’appartamento regna un caos, Angela è
sclerata per la tesi, Tanya per gli ultimi esami, Alice non sostiene più la
situazione con Tanya. Non sopportavo più di stare rinchiusa lì dentro. Seth è
da James, le ultime ore prima di partire, poi passeranno a prendere me e i miei
bagagli all’appartamento. James ci accompagnerà all’aeroporto. Viaggeremo di notte.
Arriveremo a New York e poi faremo scalo a Chicago, dove passeremo la notte,
per il volo della mattina successiva per Seattle. A venire a prenderci sarà
sicuramente Jacob, che mi ha chiesto un incontro prima di vedere Charlie e sono
già sicura di cosa capiterà. Mi abbraccerà forte, mi dirà che gli sono mancata
e poi mi farà piangere come se non ci fosse un domani, sarà la mia valvola di
sfogo, per arrivare da mio padre in perfetta forma, pronta a farmi abbattere,
pronta a farmi urlare addosso, pronta a vedere nei suoi occhi la delusione.
Sarò forte anche per quello.
Ma non ora.
Ora non lo sono.
In questo momento ho solo voglia di piangere, ho solo
voglia di starmene qui seduta sulla panchina a guardare la gente che passa
senza vederla davvero. Non ho voglia di immaginarmi che storia ci sia dietro
quelle figure, ho solo voglia di chiudere gli occhi e pensare che va tutto
bene, che domani mi sveglierò ancora sul mio letto, nell’appartamento di Londra
e farò colazione con Angela, Tanya ed Alice, per poi andare a seguire il nuovo corso
di Esme e correre alla biblioteca e poi alla palestra per lavorare. Ho voglia
di crederci, ho voglia di sperare che sia tutto un brutto sogno.
E allora mando a puttane i consigli di Kate, i giorni
passati a ricordare i momenti belli, le fotografie di Seth, l’ilarità di James,
le battutacce di Emmett. Dimentico che non devo stare sola e mi isolo. Mi isolo
perché voglio sentirmi vicina a Lui solo per un po’.
Non voglio tornare a casa.
Non ora.
Non voglio sentirmi sola ed abbracciare me stessa. Voglio
qualcuno che mi stringa tra le braccia, che mi faccia sentire bella e
desiderata, che mi faccia sorridere, che non mi faccia pensare ai problemi ma
che sia capace di farmi rabbrividire in un attimo. Penso ai suoi occhi, così
verdi e carichi di molte parole, che nascondono un timore e una paura difficile
da esternare. Penso alle sue mani, quando stringevano le mie per darmi calore,
per sentirmi solo un po’ più vicina. Penso ai suoi baci, alle labbra morbide
che sapevano incendiarmi.
E sono tutti pensieri distruttivi perché non ne uscirò
integra.
Le lacrime mi solcano il viso, impossibili da arrestare,
vorrei non scoppiare in singhiozzi, ma mi riesce difficile. E allora piego la
testa sulle braccia, raccolgo le ginocchia al petto e me ne sto così, tremante
e impaurita, lontana dalla mia fonte di felicità, ma per un attimo, per poche
ore ancora nella stessa città. E poi ci separeremo. E sarà definitivo. E il mio
cuore già sente la solitudine, già sente freddo. Perché in queste settimane non
era con me, ma eravamo nello stesso mondo, da stasera…saremo ai due poli
opposti, difficilmente ci rincontreremo ancora, difficilmente potrò dirgli
quanto lo amo, guardandolo negli occhi.
E i rumori si allontanano e non sento più nulla.
Si dimenticherà di me.
E il cuore si spezza ancora di più, per colpa dei miei
singhiozzi.
Si dimenticherà di me.
E il mio corpo trema, desiderando solo un po’ di pace e
di calore, di sicurezza e di protezione.
Si dimenticherà di me ed io non potrò mai farlo.
E allora parlo al vento, sperando che le mie parole gli
giungano in un soffio, ovunque lui sia.
-Mi mancherai...mi mancherai come l’aria…ti amo..
E il petto si alza e si abbassa freneticamente scosso da
singhiozzi sempre più forti, da un pianto che ha un'unica ragione in un
sentimento profondo.
E vorrei urlare ma mi trattengo, perché fa male anche
parlare sottovoce.
Sento l’abbraccio caldo di qualcuno, ma non riconosco le
sue braccia e non mi rilasso completamente.
-Shhh…Bella…ci sono io, non ti preoccupare…ci sono..
andrà tutto bene. – l’abbraccio fraterno di Seth mi accompagna, mentre i
singhiozzi si fanno più tenui, fino a scomparire. Restano solo le lacrime e una
confessione che durerà in eterno.
-Lo amo Seth...lo amo davvero. Mi sto separando dal mio
cuore…e non so come tornare a vivere…Lo amo…
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