Bella pov.
Non erano passate neppure due settimane dal giorno di
Natale.
Seth era rimasto a casa Swan per tutto quel tempo,
divideva il letto con me per non dare troppo disturbo in salotto o a Sue e
Charlie, tra disordine e via vai che si sarebbe creato.. Aveva dovuto spiegare,
naturalmente, ad entrambi gli adulti di casa il motivo per cui non voleva più
stare a casa con Leah, il motivo vero senza giri di parole, e le conseguenze
erano state estremamente tranquille, sorprendentemente. Charlie era rimasto attonito
in un primo momento e, forse, un po’ turbato ma con il passare delle ore aveva
accettato la questione senza farsi molti problemi. Mi aveva piacevolmente resa
orgogliosa di lui, ancora più di ciò che pensavo sul suo conto, non era facile
accettare una realtà così quando si cresce con una certa impostazione; a mio
padre devo riconoscere però di essere abbastanza adattabile da quando Reneè lo
aveva lasciato. Sue, invece, ha solo sgridato il figlio per essersi tenuto un
segreto così a lungo e così grande, inutilmente. Avevano parlato anche di Leah
e del suo non accettare, neppure in piccola parte, il diverso gusto del
fratello; entrambi avevano concordato con me nel dire che le serviva solo del
tempo. Almeno era quello che speravamo, con tutto il cuore.
Non erano state sollevate questioni nel farlo dormire con
me, il letto era abbastanza spazioso e avrei sofferto meno il freddo di Forks
avendo qualcuno a condividere lo spazio. La cosa in parte negativa era che in
quei giorni la camera era diventata piena di vita e di disordine; che a conti
fatti non mi dispiaceva neppure così tanto. A volte era persino bello
condividere con lui i miei spazi, anche perché trovava sempre una scusa per
farmi ridere, una giustificazione o una motivazione tutta sua, campata per aria
che mi faceva irrimediabilmente scappare una risatina.
-Senti Bella ma dimmi una cosa... hai per
caso intenzione di festeggiare l’ultimo giorno dell’anno in bagno, tra
spazzole, trucchi e sanitari, o pensi che prima di mezzanotte approderemo alla
festa sulla spiaggia giusto almeno in tempo per stappare una bottiglia? No
perché sai, non è il massimo festeggiare da soli, io qui seduto sulla tazza del
water mentre ti guardo che ti asciughi i capelli! – mi
aveva detto la sera del trentuno. Avevo ridacchiato, rispondendo con una
semplice linguaccia. Non eravamo propriamente in ritardo, ma lui scalpitava
perché alla festa ci sarebbe stata anche sua sorella e voleva disperatamente
riuscire a parlarci. Dopo qualche minuto fui pronta e in velocità corremmo alla
spiaggia di La Push per brindare insieme ai nostri amici, tutta la notte.
La festa a La Push era sempre una garanzia, i ragazzi che
la organizzavano rendevano tutto molto simpatico, carino, per niente noioso;
persino io che non sono “festaiola” ho amato particolarmente quella serata. Ci
eravamo divertiti, ma Leah aveva evitato il fratello come la peste, motivo per
cui quest ultimo aveva bevuto troppo, lasciando a me e a Jake il dannatissimo
compito di prenderci cura di lui, una volta finita la festa. Per quella sera
rimanemmo a dormire a casa Black, con Maggie che si era offerta per dividere il
letto del suo ragazzo insieme a me, e lasciare qui due nel divano. Il giorno
dopo Seth mi comunicò la scelta di partire insieme a me, le sue parole furono
così accalorate e disperate in parte che di comune accordo avevamo deciso per
la data più vicina possibile, ed avevamo acquistato i biglietti per Londra. Cercare
il volo più economico, a poca distanza dalle vacanze natalizie fu tuttaltro che
semplice, alla fine ne trovammo uno che accomodasse le nostre misere finanze,
anche se avevamo uno scalo all’aeroporto di New York in cui avremmo passato tutta
la notte… Poco ci importava in quel momento, eravamo elettrizzati e allo stesso
tempo preoccupati…lui aveva costante il pensiero della rabbia di sua sorella e
l’emozione di oltrepassare i confini americani per la prima volta ed io
combattuta all’idea di trovare Londra cambiata, di trovare lui cambiato ed allo
stesso tempo l’eccitazione di rivederlo mi faceva battere il cuore
all’impazzata.
Lui… Edward.
In questi ultimi giorni abbiamo faticato a telefonarci, a
sentirci in generale; ogni momento libero lo passava ad allenarsi, a
rilassarsi, a focalizzare con la mente gli obiettivi insieme ad Emmett. Le gare
erano ufficialmente iniziate pochi giorni fa, speravo solo di fare in tempo ad
arrivare per tifare giù dal ring. La sera poi, era talmente stanco che a fatica
riusciva ad arrivare al letto, lo capivo benissimo, me lo immaginavo mentre mi
mandava una mail con calorose buonanotti e errori di ortografia dovuti al sonno.
Avevo cominciato a considerare come oro quei piccoli messaggi via mail che
riusciva a mandarmi, che mi permettevano, almeno, di sapere come stava ogni
giorno. Non era tutta colpa degli allenamenti, comunque. Emmett aveva bandito
ogni tipo di contatto con me, perché diceva che lo distraevo. Avrei dovuto fare
un bel discorsetto con quell’uomo, riusciva davvero a romprere le scatole
quando ci si metteva!
Dirlo a Charlie e Sue fu più difficile del previsto, ma
appena pagammo i nostri titoli di viaggio sentivamo di dover correre per non
mantenere nessun segreto.
Flashback
-Bella, cosa dici se scendiamo di sotto a
parlare con Charlie e mamma? – in cuor mio avrei voluto evitare quel momento
per un altro po’...ma sapevo che non era il caso. Sapevo per esperienza che
dirlo subito o prolungare l’attesa non sarebbe servito a nulla, se non a
privarsi di momenti che, in futuro, avresti voluto vivere. Per cui annuii e lo
precedetti giù dalle scale; Sue e papà erano intenti a sistemare la tavola per
la cena ed appena avvertirono i nostri passi si voltarono con il sorriso. Era
così bello vederli interagire nelle piccole cose, cucinare insieme, guardare la
televisione seduti vicini sul divano; tutti momenti che un figlio apprezza solo
quando è grande. Solo quando si raggiunge una certa maturità si riesce davvero
a comprendere quanto quei piccoli gesti, segni d’affetto, siano in realtà
importanti.
-Ehi ragazzi, siete arrivati giusti per
aiutare i vostri vecchi a preparare la cena! – presi i piatti dalle mani di
Charlie, mentre Seth pensava a riempire la caraffa di acqua che aveva appena
preso Sue. Tenermi occupata nella quotidianità di casa mi permetteva di
tranquillizzare loro, me stessa e il mio senso di colpa, almeno apparentemente.
-Noi dobbiamo dirvi una cosa…o meglio…io devo
darvi una notizia e Bella…aggiungerne un’altra..si insomma…ecco.. – cominciò a
dire Seth, inciampando nelle parole più volte.
-Seth…così non aiuti nessuno dei due, calma e
vedrai che capiranno… - gli sorrisi dolce e poi presi a distribuire i piatti e
le posate, con mani che tremavano più del solito, senza un apparente motivo.
-Beh ecco… Bella mi ha proposto di passare
qualche settimana a Londra con lei...per scattare qualche foto, per il libro
che ho intenzione di pubblicare e…per staccare un po’ la spina. Una specie di
vacanza insomma…beh..ho accettato… - disse velocemente, staccando gli occhi da
loro e concentrandosi sulla caraffa di acqua appoggiata sul tavolo.
-Beh…è...una sorpresa! Non mi aspettavo una
cosa del genere ora ma… - iniziò sua madre, la bloccai prima che rovinasse la
gioia di Seth per la partenza.
-E’ solo una vacanza Sue, qualche settimana e
poi sarà di ritorno. Credo che abbia bisogno di andare via da Forks per qualche
tempo, che sia necessario per lui fare esperienze nuove, crearsi una propria
identità e sentirsi giusto e a posto con sé stesso. Stare qui, con la
situazione con Leah in bilico e così pesantemente compromessa dai pregiudizi di
un piccolo paesino, non credo che faccia bene, né a lui, né a voi… - provai ad
aiutarlo spiegando il mio punto di vista, il motivo per cui avevo gli avevo
proposto di partire con me. Sue mi guardò amorevolmente.
-Grazie Bella… - per cosa mi ringraziava?! In
realtà era come se gli stessi portando via il figlio…per un mese solo, è vero,
ma stava comunque partendo! Forse il mio sguardo confuso le fece capire che non
riuscivo a capire, perciò si affrettò a spiegare. –Ti stai prendendo cura di
lui come se fosse tuo fratello… - arrossii imbarazzata e sorrisi.
-Gli voglio bene..e capisco la sua voglia di
far vagare la mente altrove… - alzai le spalle.
-E tu invece cosa ci devi dire? – tuonò mio
padre, già preoccupato per Seth e conscio che io avrei tirato fuori una bomba.
-Abbiamo già acquistato i biglietti…per…per
questo fine settimana. Partiamo sabato pomeriggio. Arriveremo domenica a
Londra. – abbassai la testa, sconfitta. Sapevo che quella rivelazione per mio
padre era una ferita profonda, l’ennesima che gli infliggevo. Me ne stavo
andando troppo in fretta per lui.
-Come…come…così in fretta? – e difatti il suo
tono deluso giunse a farmi crollare le difese così sapientemente fortificate
negli anni. Solo lui riusciva a farmi crollare. Gli occhi mi si riempirono di
lacrime, non volevo che pensasse me ne andassi per colpa sua o perché non
volevo stare con la mia famiglia.
-Io…sto davvero bene qui con voi, mi fate
sentire circondati da un amore che non ricordavo neppure di avere! Giuro papà,
non me ne vado per ferirti o per allontanarmi da te…solo che…Edward ha iniziato
le gare qualche giorno fa ed io volevo esserci almeno per la finale…- ammisi a
testa bassa.
-Edward…! Dovevo immaginarlo che ci fosse lui
dietro questa partenza improvvisa! – non mi azzardai a dire nulla, continuai
solo a fissare le posate di fianco ai piatti.
Mangiammo in silenzio quella sera, nessuno osava aprire
bocca. Era così strano, così sbagliato, così dannatamente frustrante e triste.
La cosa peggiore è che io sapevo da sola che la colpa era solo mia. Non
c’entrava nulla il fatto che Seth partiva per una vacanza oltreoceano e che
sarebbe stato via un mese; nulla contava che avesse deciso di staccare la spina
per un po’ e dimenticarsi di avere una sorella; l’unica cosa che contava era
che io stavo partendo così precocemente, per un ragazzo. Un ragazzo che stava
affrontando forse uno dei periodi più difficili e che non mi aveva al suo
fianco. Ed io volevo esserci. Per una volta volevo fare qualcosa per me, non
perché tutti fossero fieri di quello che facevo, non perché era la cosa giusta
da fare; per me, me solamente.
Seth si offrì per lavare i piatti ed io restai a dargli
aiuto, non parlammo neppure tra noi, troppo influenzati dal clima ostile e
silenzioso che ci stava attorno. Sue non osava dire una parola per il timore di
innescare una lite senza fine e Seth credeva che fosse arrabbiata con lui. Parlammo
delle nostre sensazioni sulla serata una volta tornati in camera; quella sera
andammo a letto presto, anche se entrambi faticammo ad addormentarci prima
dell’alba: i pensieri non erano mai una buona compagnia durante la notte. Il
giorno dopo io avrei pensato a distrarre Leah con Jake, mentre Seth andava a
recuperare le sue cose all’appartamento, per poter stare via quattro lunghe
settimane. Come se non bastasse, già che ero con loro, toccava a me dare la
notizia ai miei amici, sconvolgendoli ulteriormente. Sapevo già che la reazione
di Jake sarebbe stata esattamente quella di mio padre, ma che potevo farci?!
Il mio cuore mi chiamava a gran voce, voleva che lo
raggiungessi…non potevo non ascoltarlo.
Flashback
Mi ero armata di buona volontà, spirito e
forza interiore e dopo aver passato una giornata insieme a Leah e Maggie a
parlare di cose futili, gossip e cose senza la minima importanza ci aveva
raggiute anche Jacob. Quello era il momento ideale e appena mi schiarii la voce
tutti si accorsero che stavo per dare una notiziona.
-Ecco, volevo dirvi che…parto questo fine
settimana. Torno a Londra…
-Come mai così in fretta? – Jacob stava con
le braccia incrociate sul petto, appoggiato al tavolo con un fianco e mi
guardava con gli occhi stretti a due fessure.
-Edward ha…ha iniziato le gare nazionali, qui
non le trasmettono e…il problema del fuso orario non ci permette di sentirci
telefonicamente…volevo esserci almeno per la finale… – ammisi abbassando gli
occhi.
-Oh…capisco…- disse Jake addolcendosi un
pochetto.
-Io penso sia una magnifica idea. Tolto il
fatto che ci mancherai…credo tu debba partire, si vede che qui non sei
completamente felice... – disse Leah e Maggie le diede man forte accodandosi al
suo pensiero.
-Si..credo anche io che tu qui non sia
contenta come ti conosco da sempre..per cui sì…è il caso che tu parta il prima
possibile! – non c’era più il riflesso del Jacob arrabbiato e sorrisi sperando
che anche mio padre accettasse l’idea prima o poi.
-Ho..un’altra notizia da darvi. Non partirò
sola..Seth parte con me. Starà a Londra un mese..- guardai Leah negli occhi e
cercai di trasmetterle tutto il mio disappunto per il suo comportamento. Non
gli parlava, non lo considerava, lo trattava come se fosse uno sconosciuto..e
invece era suo fratello. Speravo davvero di riuscire a darle una scrollata ma
lei alzò le spalle solamente e fece finta di nulla.
-Come mai? – chiese Maggie osservando
alternativamente me e Leah.
-Diciamo che ha bisogno di allontanarsi da
qui per un po’…e desidera farsi una vacanza! – scrollai le spalle, delusa
dall’indifferenza della mia amica.
-Oh..piacerebbe anche a me fare un viaggio a
Londra! – si rivolse a Jake con aria sognante il quale come il più bravo dei
fidanzati si inginocchiò e le lasciò un bacio sulla guancia.
-Quando racimoliamo un po’ di soldi partiamo
anche noi..promesso! – era così strano per me vederlo comportarsi così…e subito
il pensiero volò dall’altra parte dell’oceano, ad una persona che con me
avrebbe voluto comportarsi così ogni secondo, lo vedevo dai suoi occhi quanta
fatica gli costasse trattenersi.
-Vi farò da guida se volete! – sorrisi,
contenta di quella promessa, perché Jacob non era mai venuto a Londra e sarebbe
stato bello girare io lui e Maggie…e perché no..magari anche Edward.
Restai ancora un po’ con loro, poi mi congedai e filai a
casa a preparare i bagagli e ad aiutare Seth con i suoi. Leah era rimasta muta
per tutto il tempo, scossa forse da quella rivelazione. Ma di certo nei giorni
seguenti non aveva fatto nulla per riavvicinarsi a suo fratello.
Chi invece mi aveva sconvolto era stato Charlie. Forse
con l’aiuto di Sue o con la consapevolezza che comunque non andavo via perché
stavo male a casa, aveva fatto numerosi passi verso di me. Mi aveva quasi
pregata affinché fosse lui ad accompagnarci all’aeroporto di Seattle ed io non
me l’ero sentita di negargli questo piacere, mi aveva coccolata con piccoli
gesti, la cioccolata calda la mattina, i pancakes..cose così. Ed ero contenta
perché sembrava un uomo diverso, meno burbero, meno introverso e più felice…soprattutto
in pace con il mondo.
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Era arrivato in fretta quel sabato e la mattina era stata
più stancante che mai. Io e Seth avevamo controllato mille volte di avere i
biglietti, i passaporti, patente, documenti vari. Poi avevamo elencato le cose
che ci saremmo tenuti sull’aereo per ogni necessità, che dovevano essere a
portata di mano. Per quell’occasione io avevo la mia super borsa enorme, in cui
all’interno ci stavano due libri di lettura, il caricatore per il telefono, il
mio i-pod per la musica, un blocco appunti, delle penne, i fazzoletti,
salviette umidificate, un piccolo astuccio con spazzolino e dentifricio mignon,
un cuscino di quelli che si gonfiano e una coperta che si arrotola in pile.
Ovviamente all’interno c’erano anche tutti i documenti. Poi avevo la borsa
tracolla con il computer, che per fortuna la compagnia aerea permetteva di
portare all’interno dell’aereo e non doveva obbligatoriamente essere imbarcata.
Siccome Seth non era così accessoriato, Sue aveva
provveduto a regalargli uno zaino di quelli che usano solitamente i ragazzi
scout, apparentemente piccolo, ma in realtà enorme. All’interno ci aveva messo
la macchina fotografica, senza accessori, quelli sarebbero stati comodamente in
valigia in mezzo agli abiti senza il rischio di rompersi; poi aveva messo il
caricatore del telefono, il suo iPad, piccolo taccuino, penna e un portafortuna
che non aveva una forma propriamente chiara. Si vedeva che non era molto
abituato a viaggiare, perché non si era portato nulla nell’eventualità che
qualcosa andasse storto. Gli avevo fatto portare una coperta, dal momento che
avremmo passato la notte in aeroporto e gennaio è il mese peggiore per
viaggiare, era il caso che entrambi avessimo un plaid; ne rubai uno
dall’armadio in camera di papà.
Avevamo poi controllato che fosse finito tutto nelle
valigie e soprattutto che io non avessi lasciato in giro qualcosa di
fondamentale. Dopo aver guardato più volte dentro i cassetti, sulla scrivania e
dentro l’armadio ero pronta per il giro dei saluti. Sue aveva insistito con mio
padre per accompagnarci e mio padre dopo numerosissime remore aveva accettato
borbottando qualcosa come “Le donne incinta non vanno mai contraddette” ed io e
Seth eravamo scoppiati a ridere. Avevamo pranzato a casa di Jake, il quale
voleva assolutamente strapazzarci un po’ prima di lasciarci salire
sull’aereo..e poi finalmente eravamo saliti sul furgone di Jacob, prestato per
i troppi bagagli, e partiti alla volta di Seattle. Il mio maniacale controllo
aveva fatto si che prima di lasciare definitivamente Forks aprissi la borsa per
guardare se effettivamente avessimo preso i biglietti e tranquilla mi misi a
rimirare il panorama attorno a me.
Il volo era alle sei e mezzo del pomeriggio, atterraggio
previsto a mezzanotte e venti.
-Hai tutto Bells? – domandò mio padre, quando fummo
vicini al parcheggio dell’aeroporto, troppo tardi per tornare indietro.
-Si..ho tutto. Ho portato anche la coperta, nel caso a
New York facesse freddo. – dissi e Sue si girò a guardarmi.
-Perché non me l’hai detto? Avrei provveduto a prenderne
una anche per Seth! – si stava comportando esattamente come una mamma isterica
e preoccupata per il primo viaggio del figlio, io e lui ci guardammo prima di
scoppiare a ridere.
-Non ti preoccupare Sue..io e Seth staremo benissimo. Non
servirebbero due coperte…La mia è abbastanza grande per permetterci di stare al
caldo entrambi. – non era affatto vero, ma dovevo cercare di tranquillizzarla o
sarebbe stata male. –Comunque, pensando all’eventualità che faccia davvero
tanto freddo ho rubato un plaid dal vostro armadio!- ridacchiarono.
Il resto del tempo passò a sentire le ingiurie di mio
padre per trovare parcheggio. Tanto che preferì pagare piuttosto che farci perdere
il volo. Scendemmo a grande velocità e con i bagagli raggiungemmo il check-in.
-Documenti prego! – l’hostess era visibilmente annoiata
oggi.
-Eccoli! – appoggiai anche la valigia sul rullo,
attendendo che applicasse la targhetta per poi spedirla nella stiva.
-Atterrerete a New York a mezzanotte e venti circa, il
volo per Londra decollerà alle sei e cinquantacinque del mattino. Vi ricordo
che dovrete essere davanti al gate tre ore prima dell’imbarco. Nel frattempo
siete pregati di non lasciare il terminal e di non superare la zona post
imbarco. Con un tempo così lungo di attesa potete richiedere che le vostre
valigie vi vengano consegnate, in questo caso dovrete presentarvi con largo
anticipo nella sezione della vostra compagnia, per poter far imbarcare
nuovamente il bagaglio, non è una pratica molto usata, ma ve la consiglio se
non volete che vadano perse. – ascoltai attentamente tutte le informazioni e
poi guardai attentamente l’etichetta che applicava sulla maniglia del mio
bagaglio. Una volta terminato con il mio, prese i documenti di Seth e ripeté le
stesse operazioni. –Vi auguro buon viaggio! – ringraziammo e una volta
terminato ci avvicinammo all’imbarco e ai metal detector, dove ci attendevano
Charlie e Sue.
Entrambi avevano gli occhi lucidi e ci misero più del
previsto a salutarci. Promisi a Sue di prendermi cura di Seth e lui promise a
mio padre di tenermi d’occhio...insomma come se fossimo due ragazzini. Svuotai
tutto all’interno delle cassette che passavano sul rullo di fianco al metal
detector e controllai più volte di non avere nulla addosso che potesse suonare,
poi mi avviai. Raccolsi la mia cassettina ed aspettai che passasse anche Seth
senza intoppi. Avevo già dichiarato di avere il dentifricio nella borsa, che
avevano provveduto ad aprire e controllare, per fortuna senza rovinare nulla
all’interno.
Una volta posizionati di fronte al Gate sospirai. Si
partiva.
L’unica cosa che restava da fare era avvisare Edward…era
il caso di farlo ora…o una volta arrivata a New york?!
Mi divertivo ad osservare Seth, per lui era tutto nuovo,
non aveva mai preso un aereo in vita sua e già questo bastava come motivo per
essere così su di giri, se poi ci si aggiungeva il fatto che stava per andare a
Londra, potevo comprendere bene il suo stato emozionale! Era così elettrizzato
che toccava ogni cosa gli capitava di fronte, forse per realizzare che stava
partendo davvero. Gli lasciai il posto di fianco al finestrino, per
consentirgli di rimirare il paesaggio sotto di noi, io ero abituata a salire e
scendere dagli aerei, posto finestrino o meno non mi faceva differenza. Lui
invece affrontava il suo primo viaggio e quella sotto di noi era comunque una
splendida vista senza nuvole.
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Arrivati a New York iniziai a sbadigliare, cominciavo ad
accusare un po’ di stanchezza e, come me, anche Seth che trascinava la valigia
come se fosse un macigno. L’unica cosa che si doveva aver cura di fare,
l’indomani, era cercare la compagnia aerea del volo seguente e consegnare i
bagagli con tanto di talloncino e codice a barre, per provvedere a mandarli
nella stiva.
Cerano sedie all’apparenza molto comode, libere e pronte
per accoglierci, ma quando mi voltai verso Seth lo trovai a guardare la città
fuori dall’aeroporto dalla grande vetrata a cui davo le spalle. Mi avvicinai e
lo trovai assorto e rapito dalle luci che si riflettevano sul vetro, nei suoi
occhi mille emozioni taciute e il cuore mi si strinse in una morsa. Avvicinai
le valigie alla colonna più vicina alla vetrata e mi ci sistemai, aspettando i
suoi tempi. Dopo un po’ di tempo si staccò e mi raggiunse, sedendosi al mio
fianco, guardando ancora al cielo blu sopra la grande mela rischiarato dalle
lucine della vita mai spenta di quella città.
-Sono stanco morto… - dichiarò dopo qualche secondo di
silenzio. Sorrisi e sbadigliai per confermare il suo stesso pensiero.
-Gonfia il cuscino mentre io provvedo a srotolare la
coperta. – gli dissi, faceva fresco ma con i giubotti pesanti che indossavamo e
il riscaldamento del terminal stavamo benino. Posizionai le sveglie sul
telefono e poi mi assicurai le valigie al mio fianco, in modo che potessi
controllarle agevolmente. –Allora per qualche ora dormi tu…poi dormirò io!-
presi il libro che stavo leggendo in aereo e iniziai a leggere mentre Seth
prendeva sonno in un baleno.
Nel momento in cui la sveglia prese a suonare mi accorsi
che in realtà non avevo chiuso occhio tutta la notte e che era già ora di fare
colazione per poi far imbarcare i bagagli. Ero così presa dalla lettura del
libro che neppure mi sono accorta del tempo volato. Non mi ero neppure resa
conto che l’aeroporto si era popolato di gente che andava e veniva alle prime
ore del mattino. Poco male..avrei dormito in aereo, non avevamo bagagli da
controllare. Svegliai di fretta Seth, che doveva aiutarmi a cercare le hostess
della compagnia aerea e in velocità raccogliemmo le nostre cose. Nel momento in
cui fummo pronti per muoverci sentii un debole “ohh” arrivarmi alle spalle. Mi
voltai e neanche guardai fuori dalle grandi vetrate, mi persi a guardare le emozioni
sul volto di colui che avevo imparato a considerare mio fratello nell’arco di
pochi giorni, e rimasi stupita. Sembrava un bambino preso dai giocattoli, dalle
luci, da qualcosa di meraviglioso. E allora mi voltai. Il cielo si stava
rischiarando, colorazioni di pallido azzurro avevano iniziato a riempire lo
sfondo di una città solitamente grigia, che dava il meglio di sé di notte ma
che al mattino apprezzavi come fosse una magia. Aveva un chè di speciale.
-Hai ragione Seth…- dissi, come se avessi capito
esattamente cosa volesse dire attraverso quella breve espressione prima. Mi
obbligai a muovermi, incitandolo a seguirmi per avviarci a fare imbarcare i
nostri bagagli. Quando arrivai davanti al banco delle Hostess, Seth doveva
ancora percorrere quasi tutta la strada, notai che aveva tirato fuori la sua
macchina fotografica e mi imposi di chiedergli più tardi di poter visionare le
foto che aveva fatto. Ovviamente le hostess non erano molto contente della
nostra geniale idea di tenerci il bagaglio, ma poco mi interessava, era una
cosa fattibile ed io la facevo…imbarcarono i bagagli e poi ci mettemmo in sosta
sulle sedioline di attesa al gate. Ancora attesa. Quelle tre ore passarono
troppo lentamente, nonostante stessi leggendo il libro, avevo comunque il pensiero
che tra poche ore sarei stata al di là dell’oceano.
Una volta sull’aereo, prima che dicessero di spegnere i
telefoni inviai la mail che tanto desideravo.
From: bellswan@gmail.com
Object: Ciao Edward
Ciao
Edward, qui a New York sono quasi le sette della mattina, il volo partirà con
qualche minuto di ritardo, come al solito… Da te dovrebbe essere quasi
mezzogiorno.
Ti
stai chiedendo dove sto andando di bello?
Torno
a Londra.
Spero
di vederti quanto prima.
Mi
manchi.
Bella.
Sospirai e spensi il telefono, nello stesso istante in
cui anche i miei occhi si chiudevano.
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