Bella pov
Quando la mattina seguente mi alzai in casa non c’era
nessuno. Feci colazione con calma e mi occupai un po’ di me stessa. Applicai
una maschera ai capelli, che per lo stress erano diventati secchi e le doppie
punte ormai si sentivano a casa loro, poi curai anche le sopracciglia che si
erano moltiplicate come funghi nei boschi. Quando Alice mi diceva che queste
cose avevano il potere di farmi rilassare non sbagliava affatto! Non l’avevo
mai vista sotto quest’ottica, ma razionalmente era vero, prendersi cura di sé
stessi era un modo per pensare ad altro, per stare concentrata su cosa fosse
davvero importante nel mondo. Sé stessi.
Dovevo ricordarmene. Dovevo pensare sempre che quella
fosse la cosa più importante davvero.
Avevo preparato il pranzo, con tutta la calma possibile e
mi ero impegnata a mettere a posto i bagagli nel pomeriggio. Niente corsi,
niente lavoro, niente biblioteca…addirittura niente lettura. Leggere mi
intrappolava la mente in fantasie, mi immergevo nei racconti e quando ne uscivo
speravo di incontrare uno dei protagonisti, uno di quelli che mi avrebbe fatta
sognare. Tutte cazzate che non si avverano mai. Per cui era meglio che al
momento lasciassi perdere la fantasia, l’irrealtà, il mondo dei sogni e mi
concentrassi su quello vero, di tutti i giorni, su me che faccio a pugni con
una situazione più grande che mai, e che ne esco, magari, vincitrice. Ho acceso
lo stereo ed ho ascoltato il cd che mi aveva regalato Jake prima di tornare a
Londra, era un gruppo di Forks che si stava facendo strada pian piano, e lui sa
quanto adoro queste piccole cose. Sono sempre stata una persona amante della
propria terra, delle proprie origini, nonostante queste fossero povere e
limitate. Forks è un paese talmente piccolo che difficilmente potevi trovare
qualcuno di nuovo, tutti erano lì da secoli, famiglie e generazioni, nessuno
decideva di andare a viverci di sua spontanea volontà.
Mentre stavo sistemando gli abiti sulle grucce
dell’armadio la traccia del cd suonò una melodia talmente dolce da farmi
fermare. Mi accorsi che era esattamente la canzone di chiusura e mi presi del
tempo per ascoltarla con attenzione. Senza accorgermene mi ero sistemata di
fianco alla finestra e guardavo Londra attorno a me. Era così enorme, che non
riuscivi a scorgerla tutta, era così grande che neppure potevi immaginarla, era
così bella che saresti partito subito per esplorarla, ma così diversa da te,
che saresti voluto tornare a casa dopo due passi. Ripensai a quanto fosse
potente il desiderio che avevo a Natale di tornare qui il prima possibile,
avevo lasciato in sospeso qualcosa di potenzialmente fantastico che mi lasciava
con il fiato corto per la voglia di prendere in mano la mia vita. E quando l’ho
fatto finalmente, quando mi sono decisa a lasciarmi andare a buttarmi, a
soffrire…il destino mi ha offerto solamente un’altra botta in testa. Ormai ero
talmente convinta di ciò che la speranza neppure mi toccava più, non dopo la
sera precedente.
Avevo riascoltato la canzone più e più volte, gli stessi
versi, lo stesso significato, la forza di quelle parole che ti entravano dentro
e ti colpivano l’animo, ti ferivano il cuore, ti aprivano gli occhi e ti
facevano scendere lacrime amare.
Frasi scritte da ragazzi che hanno la mia età, che vivono
in un paese così piccolo da non permetterti il confronto con il mondo vero,
dove tutti si conoscono, dove ci sono ancora i pregiudizi, dove il tuo vicino
di casa tiene la porta aperta anche di notte. Una cittadina, che così non si
può chiamare talmente è piccola, in cui piove tutto l’anno, in cui quando sei
senza ombrello un signore ti offre riparo. Eppure, nonostante tutto, sembra che
quella canzone sia adatta a me. E’ come se lì dentro ci fosse Bella Swan,
ragazzina di provincia che ha girato metropoli e posti estremamente affollati e
significativi della vita di mondo, ma che non ha ancora imparato a fidarsi
delle persone giuste. E’ come se avessero messo nero su bianco i miei
fallimenti e le mie piccole conquiste, era come se volessero dirmi “ehi tu!
Guarda che puoi ancora farcela a tirarti su!”
Recuperai dallo zaino il block-notes e una penna e
cominciai a buttare giù qualche parola. Fuori si faceva buio ed io ero ancora
chiusa nella mia stanza, nel mio silenzio che aveva l’odore forte di parole
urlate, di un “help me” quasi disperato.
“La
pioggia cade e mi circonda, come se volesse consolarmi, e su questo foglio bianco scrivo qualcosa per ricordarmi di te…”
La canzone continuava ed io ascoltavo quelle parole, come
se fosse lo specchio che mi permetteva di guardarmi realmente.
“Il tuo
profumo mi cinge la vita, il tuo coraggio mi riempie gli occhi, il tuo sorriso
è come una coperta, e il brivido
freddo la tua assenza..”
Alzai gli occhi sulla strada e notai la volvo
parcheggiata nella via perpendicolare alla mia. Era inconfondibile. Era lui. Lo
vidi scendere e fare avanti e indietro sul marciapiede, come se cercasse il
coraggio, come se volesse trovare l’ispirazione per fare qualcosa. Ed io avevo
già sistemato il quaderno dentro il cassetto insieme alla penna, pronta per
attraversare il salotto e fiondarmi alla porta e intanto ascoltavo ancora
quelle dannate parole.
“Quando
ci sarà il sole penserò a te, i tuoi occhi dolci mi faranno sorridere, e quando tornerò in spiaggia correrò per
te, sperando di vederti ancora. Cercherò nelle
onde la tua voce e nel vento la tua pelle, quando sarò sola ti immaginerò al mio fianco, come la canzone dolce che
sempre mi cantavi.”
Ero in piedi, pronta ad aprirgli la porta se solo avesse
fatto un passo verso di me, l’avrei sempre fatto. Purtroppo.
Non importavano le ferite, gli sguardi carichi di odio e
di rabbia, non erano neppure importanti i silenzi e le parole grosse. Tutto il
resto era insignificante quando lui mi guardava e io mi sentivo bella, potente,
fortunata. A chi importava di un piccolo ed insignificante bacio quando potevo
avere le sue mani dolci, il suo abbraccio stretto, il fiato nei capelli quando
dormivamo?!
Poi però lo vidi tornare in auto e andare via.
Un'altra volta sentii dei pezzi cadere a terra, un’altra
illusione, un’altra speranza, un rumore di vetri rotti, un dolore intenso. E
nello stesso momento il lettore cd inizia a fare un verso strano, gracchia
all’infinito come se si fosse rovinato, come se la lente fosse incappata in
qualche granello di polvere o come se il cd fosse uscito dalla sua sede ed ora
continua con quel rumore stridulo che mi rompe i timpani. E allora in quel
momento ricordo…“La felicità fa rumore quando se ne va!”
Spensi lo stereo e con lo sguardo lucido ripresi a
sistemare la mia valigia, riponendola sotto il letto in gran velocità. Poi mi
accomodai sul letto e strinsi la mia chitarra tra le mani, e delle note dolci e
strazianti invasero la mia camera.
Era la stessa che avevo imparato a suonare quando sentivo
la mancanza di mamma, quando io e papà non ci parlavamo, quando Jake mi
prestava la sua chitarra per farmi stare bene. Era la stessa melodia che mi
piaceva suonare quando tutto attorno a me sembrava andare per il verso sbagliato
e quando sentivo l’odore dell’ennesima sconfitta.
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Il giorno dopo mi svegliai con delle carezze, mani
delicate mi stavano coccolando. Aprii gli occhi e mi accorsi di Tanya seduta
sul pavimento a guardarmi dolcemente e poco più in là Alice ed Angela entrambe
con lo sguardo triste.
-Ehi…finalmente ti sei svegliata… – mi tirai a sedere e
le ragazze presero posto sul mio letto. Eravamo strette, ma poco ci importava.
-Come mai siete qui? Non dovreste essere a lezione? – lanciai
uno sguardo fuori dalla finestra e notai che c’era luce ed era mattina.
-Ci siamo prese un giorno solo per noi. Avevamo bisogno
di stare con te e capire cosa ti succede. Sei tornata da Forks da due giorni e
non hai fatto altro che stare qui in camera. Ieri non hai neppure cenato
e…quelle note…erano talmente tristi da farci preoccupare. – Non avevo chiuso la
porta a chiave perché immaginavo che avrei avuto la mia privacy comunque e
difatti solo stamattina, preoccupate, sono venute a parlarmi.
-Mi dispiace ragazze...questo non è un bel periodo per
me.. – mormorai, con la voce ancora impastata dal sonno. Angela mi passò una
tazza fumante e riconobbi subito l’aroma del caffè, prendendo ampie sorsate.
-Allora…ce ne vuoi parlare? Problemi a casa? – scossi la
testa e mormorai solo un debole nome.
-Edward… - Tanya smise di accarezzarmi mentre Alice
sbuffò sonoramente. Angela come al solito restò tra sé e sé.
-Che è successo stavolta? – disse Alice pochi minuti
dopo, quando ormai del mio caffè erano rimasti solo i fondi.
-Prima di partire…- Alice alzò la mano per fermarmi.
-Sappiamo già quella storia Bella…Emmett aveva ascoltato
tutto, riferendo poi a Rose, la quale ha parlato con noi… - che gran
chiacchierone! E poi…Rose?
-Rose? – chiesi sorpresa.
-Si, ti racconteremo poi. Fidati, pensiamo che tu abbia
fatto benissimo. Non avrei perdonato neppure io un tradimento al mio ragazzo! –
disse Angela, quasi indignata.
-Già...se fosse Jasper….aargg! Non so che farei!- sbottò
Alice. Le guardai orgogliosa di avere delle amiche preziose così, anche se
comunque non avevano centrato il nocciolo della questione.
-Facciamo parlare lei… - esortò Tanya.
-Edward mi ha chiamata quando ero a Forks, chiedendomi di
vederci quando tornavo a Londra perché dovevamo parlare…e quando sono arrivata
l’altra sera era talmente incazzato da rivolgermi solo frasi cattive e sguardi
furenti. – scossi la testa, la tazza già appoggiata sul comodino, e le dita che
torturavano i capelli sciolti e impazziti dalla notte.
-E perché?
-Presumo che sia perché fuori dall’aeroporto mi ha visto
con un ragazzo. Non ho fatto in tempo a dire nulla. E questa volta non ci sono
state effusioni come con Seth un paio di mesi fa. Questa volta era Alec, il mio
ex ragazzo ai tempi di Yale. E’ qui a Londra per una settimana, non mi ha
chiesto di vederci, mi ha solo raccontato che adesso è innamorato di questa
ragazza, che desidera tanto un bambino, una famiglia, che è cambiato così tanto
che neppure lui saprebbe riconoscersi. E mi ha chiesto scusa. – sospirai
abbassando ancora di più lo sguardo. –Probabilmente ne avevamo bisogno
entrambi. Io avevo bisogno di ascoltare le sue parole di dispiacere, lui di
liberarsi di quel fardello. Non era mai stata un persona cattiva, a tratti
egoista, ma nonostante tutto avevamo passato molti anni insieme e sarebbe stato
brutto continuare a guardare al passato solo con uno sguardo arrabbiato e
dispiaciuto, quando potresti sorridere e ricordare almeno le belle cose…
-Giusto.. – la mano di Tanya riprese ad accarezzarmi la
gamba. –E poi?
-Niente. Lui mi ha detto che forse non è vero che torno a
casa, che magari vado in giro per il mondo a trovare uomini diversi e che sono
una principessina, con ironia, perché bisogna fare sempre e solo quello che
voglio io. Non avevo più forza di parlare…davvero. Mi sembrava che fosse un
Edward completamente diverso da quello di cui mi sono innam… - mi fermai, prima
di parlare troppo. Ma era già tardi, perché avevo sei paia di occhi dolci e
tristi allo stesso tempo che mi guardavano.
-Com’è potuto succedere? – mi chiese Alice tristemente.
-Cosa? Che sia tutto scemato in poco più di frasi cattive
e party in varie ville del Paese o che mi sia innamorata di lui?
-Entrambe credo… - mormorò afflitta.
-Sinceramente non lo so. Credo che abbia complicato tutto
il successo per la sua vittoria, penso che sia esattamente ciò che accade a
coppie molto stabili da anni che si trovano ad affrontare gossip, festicciole,
interviste, impegni in giro per il mondo con personaggi famosi, richieste,
soldi, bei vestiti e riflettori sempre puntati. Spero che sia così…perché non
voglio pensare di aver sbagliato completamente persona, di essere stata così
cieca, così poco attenta a chi concedevo la mia fiducia, me stessa, il mio
cuore… - le ragazze rimasero in silenzio per un po’, poi cercarono in tutti i
modi di farmi uscire per svagare la mente, per pensare ad altro. Il rimedio di
Alice era sempre e solo uno: Shopping!
Non erano riuscite a portarmi fuori dalla mia stanza, si
stava troppo bene a letto, ma erano riuscite a farmi ridacchiare almeno un po’,
raccontandomi di qualche cosa che ho perso.
Mi hanno anche detto di come Emmett sta cercando di
riconquistare Rose, ma che lei fa la difficile e riesco benissimo ad
immaginarmi quella bionda tutta d’un petto rifiutare il suo ex con altezzosità
e anche un po’ presuntuosetta. Immagino quante risate si possano fare guardando
quei due interagire!
Tanya poi, si era presa cura delle mie unghie,
applicandoci lo smalto e raccontandomi di John e Thomas e Carl…ragazzi degli
ultimi mesi con cui si era vista e che io mi ero persa! Avevo passato delle ore
senza pensare ai miei problemi e per questo erano da ringraziare infinitamente.
In pieno pomeriggio mentre copiavo gli appunti che una
compagna di corso mi ha gentilmente inviato via mail, il telefono prese a
squillare.
-Pronto? – risposi al terzo squillo, completamente
stordita dal mittente.
-Ciao Bella..
-Edward…che vuoi? – non riuscivo davvero a credere che mi
avesse chiamato. Pensava di risolvere le cose al telefono?
-Come stai?
-Bene…tu? – la sua voce era traballante ed io non sapevo
come portare avanti questa conversazione senza urlargli addosso tutta la mia
rabbia.
-Bene...senti...ecco io...ti ho chiamata per invitarti ad...una
festa. Alcuni amici di famiglia organizzano una cena in un ristorante davvero
carino e pensavo che…potremmo andarci insieme. Cosa ne dici? – mi guardavo
attorno per verificare che non ci fossero orecchie indiscrete, videocamere
puntate su di me. Questo non era divertente. Assolutamente!
-Edward…ti prego dimmi che scherzi.. – mormorai, priva di
ogni filtro.
-Perché?
-Ti rendi conto che l’ultima volta che ci siamo visti mi
hai urlato addosso…ed ora vuoi portarmi fuori?
-Vorrei…averti al mio fianco, mi…serve che tu sia al mio
fianco. – ed ovviamente mi lasciai intenerire da quelle due parole messe lì con
lo scopo di farmi accettare. E ci sono cascata con tutte le scarpe. E mi farò
male.
-D’accordo.. – sospirai. –Quando?
-Domani sera...passo a prenderti alle sei…ci sarà
l’aperitivo prima.
-Come devo vestirmi? – sapevo che quelle feste erano
tutt’altro che informali!
-Abito lungo, scegli tu… - borbottò qualcos’altro che non
capii bene, ma suonava come “tanto sei magnifica ugualmente”. Ma non potevo
esserne sicura. Magari aveva detto qualcosa tipo “Come fai solitamente”.
-Va bene…a domani allora. – aspettai il suo saluto e poi
sbattei la testa sul legno della scrivania, senza farmi troppo male. –Aaaaaaah!
In che cavolo di guaio mi sto mettendo!!!!!!!!!!
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