sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 36



Bella pov

Quando la mattina seguente mi alzai in casa non c’era nessuno. Feci colazione con calma e mi occupai un po’ di me stessa. Applicai una maschera ai capelli, che per lo stress erano diventati secchi e le doppie punte ormai si sentivano a casa loro, poi curai anche le sopracciglia che si erano moltiplicate come funghi nei boschi. Quando Alice mi diceva che queste cose avevano il potere di farmi rilassare non sbagliava affatto! Non l’avevo mai vista sotto quest’ottica, ma razionalmente era vero, prendersi cura di sé stessi era un modo per pensare ad altro, per stare concentrata su cosa fosse davvero importante nel mondo. Sé stessi.
Dovevo ricordarmene. Dovevo pensare sempre che quella fosse la cosa più importante davvero.
Avevo preparato il pranzo, con tutta la calma possibile e mi ero impegnata a mettere a posto i bagagli nel pomeriggio. Niente corsi, niente lavoro, niente biblioteca…addirittura niente lettura. Leggere mi intrappolava la mente in fantasie, mi immergevo nei racconti e quando ne uscivo speravo di incontrare uno dei protagonisti, uno di quelli che mi avrebbe fatta sognare. Tutte cazzate che non si avverano mai. Per cui era meglio che al momento lasciassi perdere la fantasia, l’irrealtà, il mondo dei sogni e mi concentrassi su quello vero, di tutti i giorni, su me che faccio a pugni con una situazione più grande che mai, e che ne esco, magari, vincitrice. Ho acceso lo stereo ed ho ascoltato il cd che mi aveva regalato Jake prima di tornare a Londra, era un gruppo di Forks che si stava facendo strada pian piano, e lui sa quanto adoro queste piccole cose. Sono sempre stata una persona amante della propria terra, delle proprie origini, nonostante queste fossero povere e limitate. Forks è un paese talmente piccolo che difficilmente potevi trovare qualcuno di nuovo, tutti erano lì da secoli, famiglie e generazioni, nessuno decideva di andare a viverci di sua spontanea volontà.
Mentre stavo sistemando gli abiti sulle grucce dell’armadio la traccia del cd suonò una melodia talmente dolce da farmi fermare. Mi accorsi che era esattamente la canzone di chiusura e mi presi del tempo per ascoltarla con attenzione. Senza accorgermene mi ero sistemata di fianco alla finestra e guardavo Londra attorno a me. Era così enorme, che non riuscivi a scorgerla tutta, era così grande che neppure potevi immaginarla, era così bella che saresti partito subito per esplorarla, ma così diversa da te, che saresti voluto tornare a casa dopo due passi. Ripensai a quanto fosse potente il desiderio che avevo a Natale di tornare qui il prima possibile, avevo lasciato in sospeso qualcosa di potenzialmente fantastico che mi lasciava con il fiato corto per la voglia di prendere in mano la mia vita. E quando l’ho fatto finalmente, quando mi sono decisa a lasciarmi andare a buttarmi, a soffrire…il destino mi ha offerto solamente un’altra botta in testa. Ormai ero talmente convinta di ciò che la speranza neppure mi toccava più, non dopo la sera precedente.
Avevo riascoltato la canzone più e più volte, gli stessi versi, lo stesso significato, la forza di quelle parole che ti entravano dentro e ti colpivano l’animo, ti ferivano il cuore, ti aprivano gli occhi e ti facevano scendere lacrime amare.
Frasi scritte da ragazzi che hanno la mia età, che vivono in un paese così piccolo da non permetterti il confronto con il mondo vero, dove tutti si conoscono, dove ci sono ancora i pregiudizi, dove il tuo vicino di casa tiene la porta aperta anche di notte. Una cittadina, che così non si può chiamare talmente è piccola, in cui piove tutto l’anno, in cui quando sei senza ombrello un signore ti offre riparo. Eppure, nonostante tutto, sembra che quella canzone sia adatta a me. E’ come se lì dentro ci fosse Bella Swan, ragazzina di provincia che ha girato metropoli e posti estremamente affollati e significativi della vita di mondo, ma che non ha ancora imparato a fidarsi delle persone giuste. E’ come se avessero messo nero su bianco i miei fallimenti e le mie piccole conquiste, era come se volessero dirmi “ehi tu! Guarda che puoi ancora farcela a tirarti su!”

Recuperai dallo zaino il block-notes e una penna e cominciai a buttare giù qualche parola. Fuori si faceva buio ed io ero ancora chiusa nella mia stanza, nel mio silenzio che aveva l’odore forte di parole urlate, di un “help me” quasi disperato.

          “La pioggia cade e mi circonda, come se volesse consolarmi, e su questo foglio bianco scrivo qualcosa per ricordarmi di te…”

La canzone continuava ed io ascoltavo quelle parole, come se fosse lo specchio che mi permetteva di guardarmi realmente.

          “Il tuo profumo mi cinge la vita, il tuo coraggio mi riempie gli occhi, il tuo sorriso è come una coperta, e il brivido freddo la tua assenza..”

Alzai gli occhi sulla strada e notai la volvo parcheggiata nella via perpendicolare alla mia. Era inconfondibile. Era lui. Lo vidi scendere e fare avanti e indietro sul marciapiede, come se cercasse il coraggio, come se volesse trovare l’ispirazione per fare qualcosa. Ed io avevo già sistemato il quaderno dentro il cassetto insieme alla penna, pronta per attraversare il salotto e fiondarmi alla porta e intanto ascoltavo ancora quelle dannate parole.

          “Quando ci sarà il sole penserò a te, i tuoi occhi dolci mi faranno sorridere, e quando tornerò in spiaggia correrò per te, sperando di vederti ancora. Cercherò nelle onde la tua voce e nel vento la tua pelle, quando sarò sola ti immaginerò al mio fianco, come la canzone dolce che sempre mi cantavi.”

Ero in piedi, pronta ad aprirgli la porta se solo avesse fatto un passo verso di me, l’avrei sempre fatto. Purtroppo.
Non importavano le ferite, gli sguardi carichi di odio e di rabbia, non erano neppure importanti i silenzi e le parole grosse. Tutto il resto era insignificante quando lui mi guardava e io mi sentivo bella, potente, fortunata. A chi importava di un piccolo ed insignificante bacio quando potevo avere le sue mani dolci, il suo abbraccio stretto, il fiato nei capelli quando dormivamo?!
Poi però lo vidi tornare in auto e andare via.
Un'altra volta sentii dei pezzi cadere a terra, un’altra illusione, un’altra speranza, un rumore di vetri rotti, un dolore intenso. E nello stesso momento il lettore cd inizia a fare un verso strano, gracchia all’infinito come se si fosse rovinato, come se la lente fosse incappata in qualche granello di polvere o come se il cd fosse uscito dalla sua sede ed ora continua con quel rumore stridulo che mi rompe i timpani. E allora in quel momento ricordo…“La felicità fa rumore quando se ne va!”
Spensi lo stereo e con lo sguardo lucido ripresi a sistemare la mia valigia, riponendola sotto il letto in gran velocità. Poi mi accomodai sul letto e strinsi la mia chitarra tra le mani, e delle note dolci e strazianti invasero la mia camera.
Era la stessa che avevo imparato a suonare quando sentivo la mancanza di mamma, quando io e papà non ci parlavamo, quando Jake mi prestava la sua chitarra per farmi stare bene. Era la stessa melodia che mi piaceva suonare quando tutto attorno a me sembrava andare per il verso sbagliato e quando sentivo l’odore dell’ennesima sconfitta.

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Il giorno dopo mi svegliai con delle carezze, mani delicate mi stavano coccolando. Aprii gli occhi e mi accorsi di Tanya seduta sul pavimento a guardarmi dolcemente e poco più in là Alice ed Angela entrambe con lo sguardo triste.
-Ehi…finalmente ti sei svegliata… – mi tirai a sedere e le ragazze presero posto sul mio letto. Eravamo strette, ma poco ci importava.
-Come mai siete qui? Non dovreste essere a lezione? – lanciai uno sguardo fuori dalla finestra e notai che c’era luce ed era mattina.
-Ci siamo prese un giorno solo per noi. Avevamo bisogno di stare con te e capire cosa ti succede. Sei tornata da Forks da due giorni e non hai fatto altro che stare qui in camera. Ieri non hai neppure cenato e…quelle note…erano talmente tristi da farci preoccupare. – Non avevo chiuso la porta a chiave perché immaginavo che avrei avuto la mia privacy comunque e difatti solo stamattina, preoccupate, sono venute a parlarmi.
-Mi dispiace ragazze...questo non è un bel periodo per me.. – mormorai, con la voce ancora impastata dal sonno. Angela mi passò una tazza fumante e riconobbi subito l’aroma del caffè, prendendo ampie sorsate.
-Allora…ce ne vuoi parlare? Problemi a casa? – scossi la testa e mormorai solo un debole nome.
-Edward… - Tanya smise di accarezzarmi mentre Alice sbuffò sonoramente. Angela come al solito restò tra sé e sé.
-Che è successo stavolta? – disse Alice pochi minuti dopo, quando ormai del mio caffè erano rimasti solo i fondi.
-Prima di partire…- Alice alzò la mano per fermarmi.
-Sappiamo già quella storia Bella…Emmett aveva ascoltato tutto, riferendo poi a Rose, la quale ha parlato con noi… - che gran chiacchierone! E poi…Rose?
-Rose? – chiesi sorpresa.
-Si, ti racconteremo poi. Fidati, pensiamo che tu abbia fatto benissimo. Non avrei perdonato neppure io un tradimento al mio ragazzo! – disse Angela, quasi indignata.
-Già...se fosse Jasper….aargg! Non so che farei!- sbottò Alice. Le guardai orgogliosa di avere delle amiche preziose così, anche se comunque non avevano centrato il nocciolo della questione.
-Facciamo parlare lei… - esortò Tanya.
-Edward mi ha chiamata quando ero a Forks, chiedendomi di vederci quando tornavo a Londra perché dovevamo parlare…e quando sono arrivata l’altra sera era talmente incazzato da rivolgermi solo frasi cattive e sguardi furenti. – scossi la testa, la tazza già appoggiata sul comodino, e le dita che torturavano i capelli sciolti e impazziti dalla notte.
-E perché?
-Presumo che sia perché fuori dall’aeroporto mi ha visto con un ragazzo. Non ho fatto in tempo a dire nulla. E questa volta non ci sono state effusioni come con Seth un paio di mesi fa. Questa volta era Alec, il mio ex ragazzo ai tempi di Yale. E’ qui a Londra per una settimana, non mi ha chiesto di vederci, mi ha solo raccontato che adesso è innamorato di questa ragazza, che desidera tanto un bambino, una famiglia, che è cambiato così tanto che neppure lui saprebbe riconoscersi. E mi ha chiesto scusa. – sospirai abbassando ancora di più lo sguardo. –Probabilmente ne avevamo bisogno entrambi. Io avevo bisogno di ascoltare le sue parole di dispiacere, lui di liberarsi di quel fardello. Non era mai stata un persona cattiva, a tratti egoista, ma nonostante tutto avevamo passato molti anni insieme e sarebbe stato brutto continuare a guardare al passato solo con uno sguardo arrabbiato e dispiaciuto, quando potresti sorridere e ricordare almeno le belle cose…
-Giusto.. – la mano di Tanya riprese ad accarezzarmi la gamba. –E poi?
-Niente. Lui mi ha detto che forse non è vero che torno a casa, che magari vado in giro per il mondo a trovare uomini diversi e che sono una principessina, con ironia, perché bisogna fare sempre e solo quello che voglio io. Non avevo più forza di parlare…davvero. Mi sembrava che fosse un Edward completamente diverso da quello di cui mi sono innam… - mi fermai, prima di parlare troppo. Ma era già tardi, perché avevo sei paia di occhi dolci e tristi allo stesso tempo che mi guardavano.
-Com’è potuto succedere? – mi chiese Alice tristemente.
-Cosa? Che sia tutto scemato in poco più di frasi cattive e party in varie ville del Paese o che mi sia innamorata di lui?
-Entrambe credo… - mormorò afflitta.
-Sinceramente non lo so. Credo che abbia complicato tutto il successo per la sua vittoria, penso che sia esattamente ciò che accade a coppie molto stabili da anni che si trovano ad affrontare gossip, festicciole, interviste, impegni in giro per il mondo con personaggi famosi, richieste, soldi, bei vestiti e riflettori sempre puntati. Spero che sia così…perché non voglio pensare di aver sbagliato completamente persona, di essere stata così cieca, così poco attenta a chi concedevo la mia fiducia, me stessa, il mio cuore… - le ragazze rimasero in silenzio per un po’, poi cercarono in tutti i modi di farmi uscire per svagare la mente, per pensare ad altro. Il rimedio di Alice era sempre e solo uno: Shopping!
Non erano riuscite a portarmi fuori dalla mia stanza, si stava troppo bene a letto, ma erano riuscite a farmi ridacchiare almeno un po’, raccontandomi di qualche cosa che ho perso.
Mi hanno anche detto di come Emmett sta cercando di riconquistare Rose, ma che lei fa la difficile e riesco benissimo ad immaginarmi quella bionda tutta d’un petto rifiutare il suo ex con altezzosità e anche un po’ presuntuosetta. Immagino quante risate si possano fare guardando quei due interagire!
Tanya poi, si era presa cura delle mie unghie, applicandoci lo smalto e raccontandomi di John e Thomas e Carl…ragazzi degli ultimi mesi con cui si era vista e che io mi ero persa! Avevo passato delle ore senza pensare ai miei problemi e per questo erano da ringraziare infinitamente.
In pieno pomeriggio mentre copiavo gli appunti che una compagna di corso mi ha gentilmente inviato via mail, il telefono prese a squillare.
-Pronto? – risposi al terzo squillo, completamente stordita dal mittente.
-Ciao Bella..
-Edward…che vuoi? – non riuscivo davvero a credere che mi avesse chiamato. Pensava di risolvere le cose al telefono?
-Come stai?
-Bene…tu? – la sua voce era traballante ed io non sapevo come portare avanti questa conversazione senza urlargli addosso tutta la mia rabbia.
-Bene...senti...ecco io...ti ho chiamata per invitarti ad...una festa. Alcuni amici di famiglia organizzano una cena in un ristorante davvero carino e pensavo che…potremmo andarci insieme. Cosa ne dici? – mi guardavo attorno per verificare che non ci fossero orecchie indiscrete, videocamere puntate su di me. Questo non era divertente. Assolutamente!
-Edward…ti prego dimmi che scherzi.. – mormorai, priva di ogni filtro.
-Perché?
-Ti rendi conto che l’ultima volta che ci siamo visti mi hai urlato addosso…ed ora vuoi portarmi fuori?
-Vorrei…averti al mio fianco, mi…serve che tu sia al mio fianco. – ed ovviamente mi lasciai intenerire da quelle due parole messe lì con lo scopo di farmi accettare. E ci sono cascata con tutte le scarpe. E mi farò male.
-D’accordo.. – sospirai. –Quando?
-Domani sera...passo a prenderti alle sei…ci sarà l’aperitivo prima.
-Come devo vestirmi? – sapevo che quelle feste erano tutt’altro che informali!
-Abito lungo, scegli tu… - borbottò qualcos’altro che non capii bene, ma suonava come “tanto sei magnifica ugualmente”. Ma non potevo esserne sicura. Magari aveva detto qualcosa tipo “Come fai solitamente”.
-Va bene…a domani allora. – aspettai il suo saluto e poi sbattei la testa sul legno della scrivania, senza farmi troppo male. –Aaaaaaah! In che cavolo di guaio mi sto mettendo!!!!!!!!!!

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