sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 42



Bella Pov

Edward appare di fronte a me dieci minuti più tardi, dopo aver suonato il campanello tre volte. Di sicuro ha guardato dallo spioncino chi era alla porta, prima di aprire, per quello non mostra molta sorpresa, ma più timore.
-Ciao... – dico con voce debole.
-Ciao…- non mi da segni di volermi fare entrare di sua spontanea volontà e quindi sospiro facendomi coraggio per chiederglielo.
-Ehm…posso...posso entrare? – domando. Lui annuisce velocemente con la testa e mi fa spazio per farmi passare.
-Posso…offrirti qualcosa da bere? – annuisco.
-Si un bicchiere d’acqua, grazie! – vorrei un super alcolico, ma per colpa delle medicine non posso prenderli, e scommetto neppure lui. Non posso di certo aspettare che lui venga da me, così lo seguo in cucina, tira fuori dal frigo le bottiglie e le poggia sull’isola. Prendendo poi i bicchieri con difficoltà.
-Vuoi…che ti aiuto? – domando. Lui scuote la testa.
-Non è necessario, grazie… – mi sento male. Mi sento male perché sentirlo così distante non è ciò che mi aspettavo. Già, ma per cosa mi sorprendo in realtà?! –Sei venuta fino a qui per bere un bicchiere d’acqua? – mi chiede un quarto d’ora più tardi. Avevo fatto silenzio tutto quel tempo e non me ne rendevo neppure conto. Sbuffo e passo una mano tra i capelli.
-No, scusa…è che…è difficile… - lui annuisce e si siede appena sullo sgabello.
-Sei venuta a mettere in chiaro che è finita…vero? Hai paura che non l’abbia capito? – lo guardo esterrefatta, come...? –Probabilmente Rose ed Alice ti hanno detto come passo le mie giornate e tu, con il tuo cuore buono hai pensato di venire a tirarmi via qualche colpa… - oh cielo! Mi legge nel pensiero!
-Edward… - biascico solo.
-No, fermati! Non è necessario. Lo sapevo, l’ho capito da quando hai detto quelle cose in ospedale! Non ho mandato io Rosalie ed Alice a dirti quello che ti hanno detto...volevo solo…sapere come stavi, per quello chiedevo di te. Fine. – fa vagare lo sguardo ovunque, tranne che su di me ed io lo osservo, mentre sembra spaesato. Poi d’un tratto si alza e zoppicando esce sul terrazzo. I segni dell’incidente sulla sua caviglia. Anche la mia gamba soffre un po’, ma i punti tengono chiusa la ferita, le bende strette mi permettono di sopportare il bruciore, sto bene anche se cammino piano, facendo attenzione. Lo seguo, forse una boccata d’aria fresca farà bene anche a me. Fuori c’è una vista pazzesca. Il suo appartamento è molto alto e gode di un panorama mozzafiato, soprattutto al tramonto.
-La nostra storia è finita così…credo nel peggiore dei modi…– lo guardo mentre fissa Londra di fronte a noi, ma non sono sicura che stia osservando davvero, sembra perso nei suoi pensieri. Esattamente come lo sono io. La sua voce triste e affranta ma rassegnata mi fa sospirare.
-Io credo che negli ultimi mesi ci siamo fatti troppo male a vicenda, abbiamo cancellato tutti i passi che avevamo fatto in questo tempo e la fiducia che abbiamo risposto nell’altro è scemata pian piano, fino a diventare nulla…portandoci a tutto quello che è…successo poi.. – dico a fatica, accarezzandomi il braccio che ancora porta i segni dell’incidente.
Lui fa silenzio. Non parla…non emette alcun suono diverso dal respiro, anche questo troppo silenzioso per lui.
-Si…forse hai ragione. No anzi...hai decisamente ragione.. – sapevo che continuava a tormentarsi e sentirsi in colpa per quello che era accaduto, ed io so che non è solo colpa sua –Quindi adesso che farai? Tornerai dalle ragazze e…continuerai la tua vita a Londra lo stesso? Anche se ci sono io? – forse era la prima discussione a toni gentili che avevamo negli ultimi tempi. –Anche se…rischieremo di incontrarci in città o in palestra? – a questo non avevo pensato, ma comunque non si poneva il problema. Cosa fare adesso? Parlare o non parlare?
-Edward... – sussurro volgendomi a guardare il suo profilo. Il suo nome mi provoca i brividi lungo la schiena e mi fanno, per un momento, sentire al caldo di un abbraccio che non riceverò mai più. –Lo sai meglio di me…in momenti di rabbia si dicono cose che non passano per i filtri del cervello. – spiego, cercando una giustificazione alla frase che ha segnato i suoi occhi tristi e delusi.
Le parole che gli ho rivolto in ospedale.

"Non voglio più vederti Edward. Una volta fuori di qui…io e te non dobbiamo più incrociare le nostre strade. Sono stata chiara? Non sopporto più la tua vicinanza…non sopporto di dover combattere per avere delle attenzioni. Non voglio che episodi come questo…Mi impediscano di vivere la mia vita. Ho avuto paura, mi sono spaventata…ho capito che sei pericoloso per me. Non voglio vederti più! In questo momento mi fai schifo tu, la tua carriera da pugile e tutto il successo che hai fatto! Non ti riconosco più, non sei più l’Edward di Natale…tutto quello che abbiamo passato fino ad ora è svanito…era meglio se non ti avessi mai raccattato da terra."

Questo era quello che gli avevo detto, mossa dalla rabbia e dal disappunto, dalle critiche di Tanya, dai suoi giudizi, dalla colpa che tutti imputavano a lui, che io imputavo a lui, perché guidava. Parole che erano nate dalla preoccupazione di mio padre, dalla promessa che avevo fatto a lui e che volevo mantenere. E invece…e invece avevo razionalizzato dopo tutto questo tempo. La colpa non era solo sua. Quando succedono queste cose è sempre di entrambi e non mi riferisco all’incidente.
Quel giorno in ospedale mi aveva guardato sorpreso e stupito, era senza parole. Gli occhi lucidi e le mani abbandonate su un fianco. Poi aveva abbassato lo sguardo. Non riusciva a fiatare neppure una misera sillaba, mi osservava per pochi secondi per poi riaffondare la testa verso il basso, forse senza vedermi realmente, ma io ero troppo stupida, impaurita e scossa per accorgermi che in quello sguardo c’era tutto quello che non riusciva a dire a parole.

Scusami.
Mi dispiace.
Sono un coglione.
Non lasciarmi.

E invece quello avevo fatto.
L’ho lasciato, gli ho detto che mi faceva schifo, che era meglio se neppure iniziavamo tutto questo.
E poi mi ero sentita in colpa. Più che in colpa e volevo cercare di fargli capire che non era solo colpa sua, che l’incidente…era colpa di entrambi. Che io non dovevo urlare.
Non gliel’ho detto in ospedale. L’ho solo trattato male. L’ho accusato, quando ero l’unica a sapere come erano andate le cose.
Non potevo lasciare che andasse avanti a sentirsi in colpa.
Una volta uscita dall’ospedale sapevo che dovevo farlo.
Andare da lui e chiedere scusa.
Così eccomi qui.
A chiedere scusa.
Un nuovo fallimento. Forse uno dei più pesanti, dei più distruttivi. Perché solo mentre lo guardo, con gli occhi rivolti lontano verso un orizzonte che non osserveremo più insieme, che non vivremo più insieme, solo ora mi rendo conto di quanto amore io provi per lui.
E potrei far finta di niente, ingoiare anche questa sconfitta, sorridere e far finta che non sia successo nulla.
Potrei dimenticare le discussioni, la gelosia, il suo successo, i suoi impegni che mi hanno relegata in un angolo, i mesi passati a ignorarsi, a far finta di stare insieme; potrei cercare di scordare le ultime settimane, la paura di vederlo inerme sul mio corpo, il sangue che mi ricopriva le braccia. Si, potrei provare a dimenticare l’incidente e tutto il resto…ma giorno per giorno ci saranno sempre quei segni sulla pelle a ricordarmi cos’è successo realmente. A ricordarmi che la vita non può essere appesa al filo del rasoio solo perché una persona non si fida di me o reputa che ci sia qualcos’altro di più importante. Sono stanca di essere la seconda scelta, la seconda opportunità, di essere messa da parte per tutto il resto. Voglio essere il centro…il centro del mondo per qualcuno. Voglio sentirmi amata e sorridere, non versare più nessuna lacrima, essere rinchiusa in un abbraccio che sa di casa e di sicurezza. Non ho voglia di avere paura. Non ho voglia di temere il peggio. Non resisto più se penso che potrò soffrire ancora per ogni più piccola cavolata.
Ed io non voglio, non posso, farmi altro male.
Non voglio soffrire ancora.
Non posso guardare avanti con lui affianco, se non ci sono delle basi solide.
Le basi sono fiducia, amore, sincerità e comprensione.
Noi non abbiamo nessuna di queste.
Ma non posso neppure lasciare che Edward si senta in colpa all’infinito.
-Lo so…Lo so! Ma ciò non toglie che non sia vero. Tutto...tutto questo è successo a causa mia e...non credo affatto che qualcuno potrà mai togliermi questo senso di colpa che sento.. – immaginavo. Anzi, ne ero sicura.
-Starò dalle ragazze fino alla fine del corso e poi…torno a Forks. – avrei rinunciato al terzo corso di Esme, ma poco importava. Mio padre aveva preteso che prendessi l’aereo e tornassi a casa, avevo impiegato troppo a convincerlo che stavo bene e che sarei tornata dopo l’esame del master. Mi voleva a casa, nel minor tempo possibile, così dato che lui non poteva muoversi per via di Sue, della bambina, e del lavoro…aveva mandato Seth a controllarmi.
Come se non fossi capace di badare a me stessa.
Ma lui durante la discussione, giustamente, ha fatto notare che se fossi stata in grado di badare a me stessa, ora non avrei una serie di cicatrici profonde sulle braccia ed una troppo evidente sulla coscia.
-Charlie mi vorrà morto…e forse sarebbe meglio così.. – dice le ultime parole in un sussurro talmente veloce che temo di non aver sentito.
-Io spero con tutto il cuore che quello che hai appena detto siano solo parole sputate fuori per il senso di colpa, e che passeranno nel dimenticatoio quanto prima. Sono qui, sono viva e sto bene. Come mi sono fatta male io, te ne sei fatto anche tu. Non vedo per quale motivo dobbiamo star qui a sindacare sulla tua vita! –ero fuori di me. Non potevo tollerare che parlasse così. Proprio non ce la facevo.
-Bella… - il mio nome sulle sue labbra mi fece venire un capogiro. Lo amavo troppo. Come era stato possibile?
-No…Bella un accidenti! Abbiamo sbagliato entrambi. Entrambi hai capito? Tu guidavi, ma io non dovevo urlare in quel modo e dirti quelle cose. Non dovevo distrarti. Non ci siamo schiantati addosso al palo perché non sai guidare o perché volevi farmi stare zitta o perché eri ubriaco. E’ stata distrazione, la strada era bagnata e non sei riuscito a tenere l’auto. Basta. – lui scuote la testa e un sorriso amaro si dipinge sul volto, dove ancora alcuni tagli facevano mostra di sé.
-Sai qual è la cosa più assurda? – dice retorico –E’ che neppure tu ci credi realmente a quello che hai appena detto. Tu pensi che sia colpa mia, tu pensi che sarei dovuto andare più piano, che avrei dovuto tenere gli occhi sulla strada e non urlare con te. E invece ho fatto l’errore più grande della mia vita proprio mentre c’eri tu nel sedile affianco. E tu questo lo sai. Lo sai quanto sia attento in auto se c’è qualcuno con me…eppure quella sera non lo ero. E tu sai che è colpa mia, come lo sanno Alice, Tanya, Angela, Rosalie, Emmett…tutti quanti..
Abbasso il capo, consapevole che non sarei riuscita a fargli cambiare idea. Nessuno di loro si era mai messo nei panni di Edward, nessuno di loro aveva provato a chiedere a lui cosa fosse successo veramente, si erano accontentati della sua misera versione senza approfondire. Nessuno di loro parlava più con il ragazzo che avevo di fronte. Tutti, nessuno escluso, avevano giudicato, avevano disprezzato, stavano lì a dire che era ubriaco e che non doveva mettersi al volante. Il problema invece era che non aveva toccato più di un bicchiere di vino a tavola e tutto il resto era rabbia. Rabbia, ira, delusione, amarezza, poca fiducia e le urla dell’abitacolo che rimbombavano in testa. E di questo la colpa era mia. Non solo sua... Era facile colpevolizzare lui, piuttosto che me stessa ed ammettere che quella sera feci l’errore più grande degli ultimi tempi. Non l’avevo detto a nessuno, non ne avevo parlato con gli altri e mi sentii ancora più in colpa. Però ora dovevo farlo. Lui lo meritava.
-Edward…non è stata colpa tua. Io non dovevo urlare. Sono stata cattiva quella sera, ho detto cose davvero brutte ed ho urlato, distraendoti. Tutti sanno quanto tu sia attento in macchina…ti hanno dato la colpa solo perché guidavi. Credo che sia normale visto come sono andate le cose negli ultimi tempi...tu che mi eviti, noi che litighiamo…insomma hanno creato un po’ l’espediente giusto per colpevolizzarti. Ma…Edward, io non credo che sia colpa solo tua. E ci credo a quello che dico e faccio fatica ad ammetterlo perché…è facile dare la colpa agli altri, indicarli…ma è più difficile ammettere di aver sbagliato e…io ho sbagliato.  Ho sbagliato con te ed ho sbagliato quella mattina in ospedale a dirti quelle cose orrende. Ma più di tutto ho sbagliato nel lasciare che ti prendessi la colpa, quando so bene come sono andate le cose. Siamo qui...entrambi vivi, possiamo raccontarlo agli altri. Non sentirti in colpa Edward. Io sto bene...tu anche.. – mormoro alla fine, appoggiandomi al muro del terrazzo.

-Perché sei venuta qui oggi? – mi chiede dopo un po’. –Avevo capito il tuo messaggio già quando eravamo in ospedale…Ti ho lasciata stare per tutto questo tempo…perché oggi? – scrollo le spalle, dando poca importanza alla sua domanda, come se non mi toccasse il suo tono triste e malinconico, come se non stessimo parlando di noi e poi sospiro.
-Perché volevo smettere di pensare che tu stessi male per il tuo dannato senso di colpa…non volevo che ti affliggessi più del normale, per questo, perché non è solo colpa tua…e perché devi capire che stiamo bene entrambi! – lui annuisce, poi sospira.
-Credo…credo che tu ora debba andare via. – le sue parole mi gelano perché non me le aspettavo, eppure so che ha ragione. Anche se fa male, anche se vorrei restare, anche se vorrei che mi chiedesse di restare…vorrei cancellare tutto quello che è successo e poter ricominciare e invece non si può.
-Si…io…credo che sia ora di andare… - mi allontano un po’ dalla murata per entrare in casa. Non gli do le spalle, voglio guardarlo ancora un po’. Voglio potermi ricordare ogni singolo dettaglio di lui.
-Posso…posso farti un’altra domanda?
-Si... – mormoro a bassa voce desiderosa di prolungare quella chiacchierata, per la prima volta tranquilla e sincera.
-Credi che…se non avessi vinto…le cose tra di noi sarebbero andate…bene? – le spalle mi crollano sotto il peso di quella domanda. Stiamo parlando di ciò che dovevamo affrontare settimane e settimane fa, proprio adesso che ho perso le speranze in noi.
-Edward…io…credo che sia tu che Emmett vi siate fatti prendere un po’ la mano da tutta quella baraonda mediatica e mondana che è stata la vostra vita in questi mesi. Credo che...non ci sia neppure da discutere sul bacio che tu e quella vi siete scambiati, perché per me non ha importanza, davvero. Fa male ma sarei stata capace di sorvolare. Solo che…avete pensato che tutto ciò fosse più importante di una festa di James, di una cena con me, di San Valentino…di momenti della quotidianità che ti, anzi, vi siete persi in tutto questo tempo. Io …non so Rose come abbia fatto a perdonarlo e come ancora riesca a guardarlo in faccia senza ricordare la rabbia di quei giorni...ma io non ce la faccio. Non ora. – sospiro pesantemente.
-Perché? – chiede, e capisco che davvero non riesce a capirlo.
-Edward…tu lo sai cosa ho passato, sei forse l’unica persona qui a Londra che lo sa veramente. Sei l’unico che credevo mi comprendesse, in assoluto, e invece mi trovo davanti una persona accecata dal successo, che si vanta di come si è comportato negli ultimi mesi, che ha messo da parte amici di una vita per party lussuosi e bicchieri di champagne! Questo non è il ragazzo che ho conosciuto…e…a cui voglio bene! – mi fermo prima di dire qualcosa di più.
-Non capisco… - mi avvicino, lo vedo scuotere la testa. –Mi sembra di essere sempre stato così…
-Davvero? Lo pensi davvero? – lui annuisce ed io sospiro, facendomi forza per parlare, forse esponendomi troppo. –Tu sei quello che preferisce festeggiare San Valentino in una trasmissione piena di donne che fanno una gara per vincerti, che preferisce andare ad una festa in maschera con la gente che conta piuttosto che partecipare alla dichiarazione d’amore di James, che è tuo amico da una vita; quello che bacia un’altra donna nonostante stessi con me, nonostante avessi bandito il tradimento dalla tua vita dopo quello che ti è successo… – dico sapendo di colpirlo in un punto dolente. –Sei quello che piuttosto che passare una serata con me nel mio appartamento mi dice una bugia per andare a cena con i tuoi nuovi amici…quegli amici che non sono passati neppure a vedere come stavi dopo l’incidente? – faccio una pausa, per raccogliere le idee. –Oppure sei quello che mi fa una sorpresa al college per passare solo la pausa pranzo con me, quello che viene a casa con dei muffin dopo che ho passato l’esame per festeggiare, accontentandosi di restare a guardare un film condividendo una poltrona, quello che mi dice di lasciarmi andare, che ne vale la pena, quello che non gli importa di quello che dice Emmett, lo sfida pur di star con me, quello che ha paura di mettersi in gioco in amore perché teme di soffrire, quello che vorrebbe studiare medicina ma ha paura di fallire? – mi fermo, ho parlato troppo veloce e forse lui non ha capito nulla. Ma ci sono così tante cose da dire! –Chi sei tu Edward? Sei quello burbero, scontroso, arrogante e distaccato che sei diventato con la vittoria; o quello dolce, determinato, affettuoso e impacciato che eri prima?
-Io…io…non… – si passa una mano tra i capelli, troppo lunghi per i suoi standard.
-Forse è il caso che tu rifletta bene su chi sei, su chi vuoi essere.. – mi allontano ancora, questa volta dandogli le spalle.
-Cosa…io…- sbuffa e io volto appena la faccia per guardarlo, si accascia appoggiando la fronte sulle braccia appoggiate al muro del terrazzo. –Andrai via veramente?
-Si.. – mi sembra strana la sua domanda, ma non trovo nessun valido motivo per non rispondergli.
-E il terzo corso? – scrollo le spalle, ma lui non può vedermi.
-Ci rinuncio. Non è così importante…mio padre mi vuole a casa…è preoccupato che mi faccia più male di quello che posso sopportare.. – dico e poi a bassa voce aggiungo –Forse però arriva tardi.
-Bella mi dispiace! Non volevo che le cose andassero così…davvero… – mi dice voltandosi a guardarmi. Io annuisco, con la bocca secca. È bello, da togliere il fiato. I suoi occhi sono lucidi e grandi per la paura. Paura di cosa?
-Lo so...neppure io...ma abbiamo sbagliato qualcosa. E non abbiamo più fiducia, non abbiamo più qualcosa per cui valga la pena arrancare e farsi del male.. – dico abbassando gli occhi, sentendomi una fallita. Ho messo tutto quello che potevo mettere in gioco con lui, e mi sento defraudata di una parte di me.
-Ho deciso, mi iscrivo al college. L’ho già detto ai miei…mancavi...ecco…io volevo che lo sapessi.. – annuisco sorridendo appena.
-E’ la scelta giusta da fare Edward...la scelta giusta!
-Avrei voluto fare le scelte giuste anche con te…
-Doveva andare così… - scrollo le spalle sorridendo amaramente. –Ora vado...è tardi e James mi aspetta da troppo tempo. Si chiederà se ti ho sbranato o ti ho semplicemente parlato! – lui annuisce e sorride appena.
-Ti auguro tutto il bene del mondo Bella...sei...una persona magnifica.. – le lacrime si affrettano a raggiungere i miei occhi. Annuisco debolmente e sorrido appena, per mascherare il mio stato di inquietudine. Devo andarmene via il prima possibile.
-Anche tu Edward! Anche tu… Ciao…
-Ciao… – gli do le spalle e mi affretto, per quanto me lo permettono le gambe deboli, a raggiungere la porta dell’appartamento e poi l’ascensore.


Una volta fuori sospiro.
Non è liberazione, è solo tensione.
E’ dispiacere.
E’ dolore.
E’ rassegnazione.
Quando salgo in auto James mi scruta e so che vorrebbe farmi mille domande, ma le guance rigate dalle lacrime lo frenano, ed io lo ringrazio silenziosamente. Arrivo a casa e mi aiuta a salire, perché la vista è annebbiata e non vuole che con la ferita alla gamba ancora non del tutto ristabilita io possa stare male e cadere.
Mi stendo a letto. Salto la cena. Non ho voglia di vedere e sentire nessuno. La luce resta spenta. La stanza è illuminata solo dalle luci di Londra fuori dalla mia finestra. Solo un grande vuoto dentro di me.
Forse avevo investito troppo in speranze, affetto, fiducia e amore.
Forse questi sentimenti non fanno per me.
Avrei dovuto limitarmi a comprare dei libri che ne parlassero. Avrei dovuto limitarmi a sentirmi parte del romanzo che leggevo, senza voler ricercare quelle cose per la mia vita.
Ci avevo tentato altre volte.
Semplicemente non facevano per me.
Ed ora ero rimasta ancora sola.
Un sacco di amici, un sacco di affetto.
Il cuore svuotato di nuovo di ogni sua essenza.
Di ogni elemento importante.
Avevo lasciato uscire l’unica persona che negli ultimi tempi era riuscita a farmi stare bene, internamente ed esternamente.
Di lui mi rimaneva solo il ricordo, che sarebbe sbiadito nel tempo.
E dei segni profondi nell’anima che speravo di cancellare il prima possibile, allontanandomi da Londra, tornando a casa, nella serenità di Forks.
E poi…restavano quei segni sulla pelle. Quelli che mi avrebbero ricordato ogni giorno, ogni momento, quegli occhi carichi di dispiacere, di tristezza, di delusione, di rammarico, quegli occhi che volevano solo dirmi “Mi dispiace, non lasciarmi”. Occhi che mi parlavano di dolore, non solo fisico. Occhi che mi parlavano di amore, non solo fisico.
Entrambi avevamo investito troppo.
Perdendo di più.
Entrambi avevamo sperato troppo.
Soffrendo di più.
Nessuno dei due era pronto.
Nessuno dei due poteva davvero affrontare tutto quello.
E quei segni…ce l’avrebbero ricordato sempre.

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