sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 35



Bella pov

Quando arrivammo a Forks, dopo l’ennesimo viaggio che pareva durare una vita, erano le sette di sera. Per pura fatalità avevamo trovato questo volo comodissimo alle nostre esigenze d’orario, sempre due scali purtroppo, sempre l’attesa infinita al terminal. All’aeroporto avevamo trovato Jake ad attenderci, perché papà non poteva proprio raggiungerci. Il motivo poteva essere solo uno, la piccola Claire Swan aveva deciso di nascere proprio il giorno che eravamo partiti da Londra! Sue era molto stanca e affaticata e Charlie non se la sentiva di lasciarla da sola in ospedale, nemmeno a dirgli che ci sarebbe stata Leah, non ne voleva sapere. Menomale c’era Jake, o saremmo rimasti in aeroporto fino a data da destinarsi! Il prezzo del viaggio Seattle-Forks? Nulla di che…solo tanti pettegolezzi e chiacchiere da parte nostra.
Avevo pregato Seth che non si facesse scappare nulla di me ed Edward, restando sempre sul vago, ed io cercai con tutta me stessa di non scurirmi in volto dall’inizio del racconto fino alla fine. Quelli appena passati erano stati giorni tremendi, giorni in cui dovevo mandare giù le lacrime per mostrarmi forte, per far vedere alle ragazze che quell’ulteriore delusione non mi aveva ferita. E invece dentro ero a pezzi. Non mi ricordavo neppure come si facesse un sorriso vero, come si ridesse fino a sentire male agli addominali. Ed ero davvero contenta di tornare a casa, in quel momento la gioia della nuova nata non poteva far altro che rendermi felice e farmi dimenticare il passato. Almeno speravo.
Lasciammo i bagagli nell’auto di Jake e ci fiondammo all’interno del piccolo ospedale di Forks dove era ancora ricoverata Sue. Una cosa davvero bella di questo ospedale di provincia era che ti lasciavano tenere in camera il neonato, dentro la sua piccolissima culla.
Quando attraversammo la porta della camera restammo senza fiato, Claire era in braccio a Charlie che la stava cullando e Sue dormicchiava con il volto rivolto alla scena che si stava consumando sulla sedia di fianco al letto. Abbracciai mio padre da dietro, avvolgendogli le braccia attorno alla vita e gli feci le congratulazioni sussurrandole all’orecchio, lasciai un bacio sulla guancia, in un gesto che poche volte mi ero concessa con lui. Vidi il suo sorriso e nel suo dirmi “Bentornata Bells!” sentii tutto l’affetto che mi era mancato, tutto l’amore di una famiglia che non può essere sostituito, quello di cui avevo bisogno in quel momento. Seth si limitò a una pacca sulla spalla e qualche complimento. La bambina era una meraviglia. La pelle era tutta quella di papà, i capelli neri e il nasino piccolo come le manine e il resto di quel corpicino fragile e profumato. Deliziosa. Restammo in ospedale un’ora e riuscimmo anche a salutare Sue, prima di tornare a casa e fare una lunga dormita.

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Proseguiva tutto divinamente a casa ed io ero anche riuscita a respirare tranquillamente, a dormicchiare la notte, a stare con il sorriso vero sulle labbra per quasi tutta la settimana. Il pensiero di Londra, i suoi abitanti, soprattutto UNO sembrava non fare più male al momento. E mi dissi che ero forte, che se riuscivo ad andare oltre tutto questo, oltre quello che provavo era magnifico perché sarei stata più forte di prima. Perché alla prossima occasione non mi sarei fatta fregare in questo modo, avrei messo le mani avanti, sarei andata con i piedi di piombo, ancora più lentamente di questa volta, e non avrei guardato la mia storia sgretolarsi fra le mani. Sarei stata forte, sarei stata attenta la prossima volta. La frase “Vivere è non pensare” era coperta da un bracciale che mi aveva regalato Jake appena aveva saputo ogni cosa, silenziosamente mi aveva ceduto il suo piccolo pezzo di cuoio perché non avessi quelle parole sotto gli occhi, perché non potessero ricordarmi momenti che mi avrebbero fatta diventare triste. Alla fine ero stata costretta a confidarmi con lui, con Charlie e Sue; ho dovuto vuotare il sacco dopo le infinite domande di tutti e tre. Avevo Seth al mio fianco che, senza farsi vedere, aveva intrecciato il mignolo con il mio e lo stringeva in modo che trovassi il coraggio. Quel gesto così calmo, così sincero e così intimo mi fece sorridere. Ci addormentavamo vicini nel mio letto, con i mignoli incrociati e un debole sorriso sulle labbra, tutte le sere. Lui sentiva la mancanza di James, io…nonostante tutto sentivo la mancanza di Edward. Ma non l’avrei ammesso con nessuno. Forse l’unico che capiva realmente come mi sentivo era Seth, che aveva vissuto con me in questi ultimi due mesi; anche lui non fiatava, non si azzardava a tirare fuori l’argomento o a fare domande ed io lo ringraziavo, perché non avevo nessuna voglia di parlare di me o di ripercorrere vecchie ferite.
Le cose peggiorarono quando durante una delle tante telefonate alle ragazze con Skype, Edward provò a contattarmi dato che mi trovavo in linea. Chiusi con loro malvolentieri e accettai la chiamata, sperando in cuor mio di non pentirmene.

Flashback

-Ciao.. – disse a voce bassa, l’immagine mi arrivava poco nitida, ma era della stessa bellezza che ricordavo.
-Ciao a te.. – cercare di moderare la voce per usare un tono neutro mi costava una fatica infinita.
-Come stai? – mi chiese con difficoltà.
-Bene...e tu? – alla mia domanda si passò una mano tra i capelli e sbuffò.
-Così...la tua sorellina? – sorrisi alla sua domanda, perché pensare a lei mi faceva essere felice davvero.
-E’ bellissima! Qualcosa di sublime! Charlie e Sue l’hanno portata a casa da qualche giorno ed è tranquillissima...insomma un amore! – parlare di lei mi infondeva una carica di dolcezza infinita.
-Sono...felice per voi! Volevo chiederti quando tornavi a Londra, per…vederci e parlare..
-Ho il volo fra cinque giorni… – dissi guardando il calendario. Era già aprile. Ed io pian piano stavo tornando alla realtà.
-Posso venire a prenderti in aeroporto? – chiese mesto.
-Come preferisci…
-Abbiamo bisogno di parlare, tu non credi? – sinceramente non ne avevo voglia, ma era una cosa da fare, lo sapevo anche io. Nonostante io avessi detto tutto quello che c’era da dire quella sera, lui non aveva detto poi molto; non ci eravamo parlati con calma e tranquillità ma sull’onda delle emozioni e del momento. Cosa da non fare.
-Si…allora ci vediamo a Londra. Ciao Edward. – staccai senza lasciargli il tempo di dire altro, tremendamente in ansia e arrabbiata con me stessa per sentirmi emozionata anche solo per quel debole gesto di riavvicinamento. E sbuffai, consapevole che sarebbe stato il rientro a Londra peggiore che mai!

Flashback.

Passai gli ultimi cinque giorni a Forks con un peso sul cuore e sullo stomaco che rendeva tutto più brutto e scuro, neppure i gridolini di fame di Claire mi facevano star bene, neppure tenerla in braccio mi donava un po’ di gioia.
Quando salii sull’aereo che mi avrebbe portata a New York e poi a Londra non ero felice, né elettrizzata, solo tanto confusa e preoccupata. Sarebbe stato un rientro molto faticoso.
Quello che non mi aspettavo però, era trovarmi Alec sullo stesso volo da New York a Londra. Lo vidi in fila di fronte al gate, ma cercai di evitarlo. Quando salimmo sull’aereo però incrociammo gli sguardi, lui era due sedili avanti al mio. Da solo. Lo salutai solo con un cenno del capo e lui invece chiamo un forte “Bella!” che mi fece rabbrividire. Non mi piaceva quella situazione e non volevo chiacchierare con il mio ex come se nulla fosse. Già immaginavo cosa sarebbe successo e difatti fece in modo di cambiare posto e si mise di fianco a me per chiacchierare. Ma dopo appena mezzora, stufa di ascoltare i suoi sproloqui sulla sua nuova ragazza, un amore di ragazza per essere precisi, accusai un forte senso di stanchezza e chiusi gli occhi. Non mi addormentai subito e per i primi momenti finsi solamente, poi il sonno si impossessò di me. Arrivammo a Londra e aspettò che recuperassi i bagagli accompagnandomi fuori, mi chiese di me, di Charlie, di Jake...sembrava che fossimo due buonissimi amici, quando le cose sono state ben lontane da esserlo.
-Mi dispiace per come sono andate le cose tra di noi Bella…ma forse era destino, tu non credi? – mi disse mentre aspettava il taxi sul marciapiede. Odiavo il destino, lo odiavo con tutta me stessa.
-Non so se credo al destino Alec, ma sono sicura che se adesso hai trovato la ragazza giusta per te è quello che doveva accadere! – gli sorrisi, il solito sorriso falso e di circostanza, che aleggiava sul mio viso da ormai sei giorni. Mi guardai in giro e trovai la volvo metallizzata nello stesso punto dell’altra volta, solo che Edward non era sceso dall’auto, mi aspettava dentro. Questioni di sicurezza molto probabilmente.
-Aspetti qualcuno? – annuii e la mia espressione era un misto tra sorriso e preoccupazione. –E’ già arrivato? – chiese infine.
-Si…è lì infondo. – indicai l’auto con la testa.
-Grazie delle chiacchiere Bella e di avermi tenuto un po’ di compagnia durante il volo..- mi disse sorridendo, sapendo bene che ho dormito tutto il tempo.
-Di niente e spero che l’affare che hai qui vada in porto! E spero anche che la tua ragazza sia davvero incinta… – sorrisi dandogli una pacca sulla spalla. Lui era elettrizzato per questa notizia, si vedeva che era maturato molto in quegli anni. Ed inevitabilmente mi persi nel ricordo di un Alec arrabbiato e disperato, che mi diceva che se fossi stata incinta l’unica soluzione possibile era quella di abortire, perché lui non lo voleva. Sorrisi forzatamente come al solito e le mani cominciarono a tremare. No, non per Alec. In quell’auto c’era la persona a cui avevo affidato delle confidenze importanti, a cui avevo affidato il mio cuore per l’ennesima volta...ed ora non sapevo che fare, ora mi ritrovavo con la voglia di continuare a stare con lui, a fargli capire che ciò che stava succedendo andava affrontato con una visione diversa, che questo successo non può essere infinito. Ma allo stesso tempo, avrei voglia di fuggire, mettere distanza tra noi due perché ho paura di quanto soffrirò più avanti. Sono sempre stata delusa dalle persone a cui affidavo me stessa, sempre ferita da chi amavo molto…e anche se questa volta ho fatto le cose con calma, ragionandoci e parlando con me stessa affinché la mia psiche e le mie barriere fossero pronte a rafforzarsi e innalzarsi nel momento in cui sarei caduta, so già che starò così male che nulla e nessuno potrà colmare l’assenza di lui.
-Bella… - con voce triste Alec cominciò un discorso che entrambi non volevamo ascoltare, ma che andava fatto per liberare il nostro passato dalle esperienze negative.
-Lo so...nessuno di noi due era pronto…non ti preoccupare! Nessun rancore! – sorrisi e la pacca divenne più una carezza. Poi mi allontanai e camminai verso l’auto, con il mio bagaglio. Mi ero innamorata di Edward in un modo così totale che mi faceva paura. Non l’avevo ammesso, non l’avevo detto, non avevo appeso i manifesti. Eppure, nonostante avessi eretto delle barriere invisibili a proteggermi, sapevo che le lance mi avrebbero trafitta e i coltelli fatta a pezzettini. Se questo è quello che provo per Edward, se sarei disposta anche a continuare a stare in una situazione che mi vede ai margini della sua vita, completamente umiliata e beffata dallo stile di vita che conduce ora, se sarei disposta a leccarmi le ferite pur di star con lui...vuol dire solo che è un sentimento così profondo da far quasi paura. Quello che ho provato per Alec non è nulla in confronto. E se mi sono rialzata con lui, non è detto che sia capace di farlo di nuovo.
Edward scese in un lampo, con la faccia incazzata. Non disse nulla e caricò la valigia nel baule per poi tornare velocemente al posto di guida. Che bel ritorno a casa!

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Durante i primi minuti di viaggio il silenzio la face da padrone, poi sbuffai e lo guardai.
-Ciao Edward, grazie di essere venuto a prendermi...ma se dovevi stare zitto e incazzato era meglio se te ne stavi a casa! Dovevamo parlare no?
-Sta zitta! – sgranai gli occhi per il tono arrabbiato, no ma che dico…furioso!
-Edward...che…che ti prende? – feci fatica a parlare per il timore dovuto alla sua voce. Mi fermai a guardarlo. Era davvero bello stasera, giubbotto di pelle lasciato aperto, t-shirt attillata, un jeans chiaro e le scarpe da ginnastica. Era estremamente attraente ed io avevo voglia di lui. Anche con questo tono arrabbiato, anche con il viso contorto in una espressione tutt’altro che pacifica.
-Possibile che ogni volta che torni a Londra devi sempre farlo con un uomo diverso?! – mi urlò addosso incazzato come mai l’avevo visto.
-Possibile che tu debba sempre incazzarti per questo prima di sapere di cosa si tratta?! – la rabbia si era di nuovo fatta vedere e la lasciai andare. Dopo due settimane di tranquillità eccoci di nuovo qui, più arrabbiati di prima. Tanto valeva comportarsi come lui, forse avrebbe capito.
-Sei tu, cazzo! Sei tu che non capisci! Te ne vai e poi torni sempre con uno diverso…sicura che vai a trovare la tua famiglia ogni volta? Sicura che tu non vada in giro per il mondo a fare chissà cosa? – i toni erano troppo alti, me ne rendevo conto, e le sue parole erano dettate dalla rabbia, lo sapevo, anche se facevano male, anche se erano talmente tanto umilianti e cattive che mi fecero fermare il respiro per qualche secondo.
-Senti Edward…non è nessuno. Ora per favore, abbassa la voce che mi fa mal di testa!-provai con tono calmo.
-Certo principessina! Tutto quello che lei desidera…come ogni volta! – lasciai perdere e guardai fuori dal finestrino, per non dover parlare.
Non riuscivo a rendermi conto di quello che mi succedeva internamente. Avrei voluto intrecciare le sue dita alle mie, respirare il suo profumo, sentire il fiato caldo che mi solleticava il naso, la pelle, per poi avvicinare le nostre labbra sempre di più fino a toccarsi. Avevo voglia di baciarlo. Volevo baciarlo da quella sera della festa a casa sua, in cui l’ho trovato con quella moretta che mi ha fatto venire i complessi psicologici sul mio corpo e le mie forme, dei quali non ho parlato a nessuno. Avrei voluto baciarlo anche quando mi ha confessato di aver baciato quella sottospecie di cozza avariata con la voce stridula e alquanto fastidiosa. Si può sbagliare, ed anche se non sono una che perdona facilmente, con Edward sembra che la sola cosa che io riesca a fare sia perdonarlo e tornare da lui.
Ma ora, le sue parole, il suo sguardo, la mascella contratta, è tutto sintomo di una gelosia che mi fa tremare dal desiderio da una parte e dall’altra mi fa tremare di paura.
Il resto del percorso lo passiamo in silenzio, fino a che non arriviamo sotto casa. Non ha parcheggiato, ma solo accostato al marciapiede, segnale chiaro di chi non ha voglia di tante chiacchiere, di chi non ha desiderio di passare il resto della serata, della notte con te. E’ un chiaro invito ad andartene velocemente, possibilmente senza far rumore. Lo guardai per un attimo, teneva gli occhi fissi di fronte a se, le mani sul volante e la mascella talmente serrata da farmi credere che i denti gli sarebbero saltati via da un momento all’altro. Così scossi la testa e scesi dall’auto in gran fretta arrangiandomi anche a scaricare il bagaglio dal cofano, non lo ringraziai per il passaggio, talmente è stato inutile, e mi avviai al portone, nonostante lui mi chiamasse.
Bel ritorno a casa, dannazione!
Aprii il portone del palazzo con le chiavi che avevo già preparato e lo chiusi alle mie spalle. Non mi voltai. Non lo feci nonostante il mio nome sulle sue labbra fosse il suono migliore del mondo in quel momento. Eppure era tutto così sbagliato, tutto così dannatamente precario, sul filo del rasoio.
Bel ritorno a casa, Cazzo!
Sbuffai e cominciai a salire le scale, con gli occhi appannati dalle lacrime. Era così difficile essere orgogliosi! Era difficile ignorare l’uomo che ami disperatamente fuori da casa tua che ti chiama, non voltarti e andare per la tua strada, conscia che stai facendo la cosa giusta, ma con il cuore che fa a pugni con la razionalità.
Bel ritorno a casa, Bella!
Aprii la porta di ingresso e senza dire una parola, senza neppure salutare come si deve le mie inquiline che guardavano la televisione sedute sul divano, mi fiondai in camera, chiudendomi dentro a chiave, in modo che nessuno mi disturbasse. Spensi il telefono e tolte le scarpe mi buttai sul letto. Ero stanca dal viaggio e con le ossa a pezzi per essere stata tutta la settimana in tensione per questo gran giorno, che poi si era rivelato l’incontro peggiore della mia vita per ora. Faceva un male cane.
Ma noi non eravamo quelli che dovevamo parlare?
Forse non c’era più nulla da dire. Forse era il caso di chiudere questa porta a chiave e non riaprirla più. Forse questa volta soffrire non porterà a nulla di buono, se non qualche ricordo spicciolo, guadagnato con un’immensa fatica d’animo.

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