sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 32



Bella pov

Finalmente da soli!
Il pensiero si era formato nella mia testa alla velocità della luce. Mi tolsi le scarpe e sospirai, sarei stata molto più comoda, anche se erano dei semplici stivaletti.
Io adoro camminare per casa a piedi scalzi.
-E’ stata una bella serata, non trovi? – domandai, tanto per evitare di cadere in imbarazzo, già sentivo le mie guance imporporarsi, e proprio non capivo il motivo, dato che avevamo passato la notte insieme altre volte. Possibile che fosse solo perché lui aveva confessato di voler fare l’amore con me? Era solo questo che mi metteva ansia? Non era più successo da quando avevo lasciato Alec, mai stata più con un altro ragazzo. E forse era normale che ora mi sentissi così agitata. Giusto?
E allora perché sento la necessità dentro di me che questa sensazione vada via, e mi permetta di godermi il tempo con Edward?!
-Si, lo è stata. Non passavo una serata così da tanto tempo.. – mi sorrise e si avvicinò prendendomi per mano, quella senza le scarpe. –Vieni..sono distrutto ed ho voglia di fare una luuungaaa dormita! – ridacchiai.
-Se, come no! – mi lanciò un’occhiata maliziosa mentre apriva la porta della camera da letto, che mi aveva mostrato anche prima.
-Che vorresti dire?
-Ho visto come mi guardavi mentre giocavamo a biliardo…non erano certo occhiate di un tipo assonnato! Principino non sai mentire! – si mise a ridere nel frattempo io appoggiai le scarpe in un angolo.
-Sei stata tu a provocare prima! Ti piegavi sul tavolo in un modo…che…ahhh! Lasciamo perdere! Non voglio farti scappare ancora prima di averti nel mio letto! – faceva il determinato, l’orgoglioso e il possente con tutti, ma poi diventava uno zuccherino.
-Non scapperei, ma ammetto di non sentirmi molto pronta.. – avevamo una certa maturità per affrontare l’argomento, giusto?! Bene…allora che lo si affrontasse seriamente.
-Lo so Bella..per quello non ho davvero intenzione di spingerti ad affrettare le cose. Solo, mi fa piacere che tu sia con me…e poi stasera sei magnifica, bellissima, estremamente sexy. – fui io a ridere.
Io…sexy? Ma dove aveva gli occhi questo?
Forse era il caso che andasse a farsi vedere da uno specialista!
-Hai qualcosa da prestarmi per dormire? – scrollai le spalle, facendo finta di non aver sentito quello che mi aveva detto.
-Ti va bene una mia vecchia tuta? – chiese con la testa già nell’armadio.
-Per me è indifferente…quello che va bene per te..quello che non usi. Non vorrei che ti desse fastidio poi..  – si voltò fulminandomi. –Okay, okay! Scusa! Non dirò mai più una cosa del genere! – sembrava davvero che avessi osato chissà cosa!
-Chi ti ha messo in testa una cosa del genere? Perché mai dovrebbe darmi fastidio? Anzi…il tuo profumo è delizioso e vorrei sentirlo attorno a me sempre.. – era ad un passo da me, teneva i vestiti in una mano e con l’altra mi accarezzava dolcemente la guancia.
-Io..non lo so..scusa! Sono stata stupida e non dovevo…il passato è andato ormai… - Alec non voleva che indossassi nulla di suo, diceva che poi sapeva da femmina e lui non andava in giro con gli abiti da femmina. Oltretutto se qualcuno mi avesse vista in quelle condizioni pensava che non fosse consono indossare i suoi vestiti…per cui ho sempre evitato.
-Non ti scusare! Se vuoi ti accompagno in bagno per cambiarti, così ti do anche uno spazzolino nuovo e delle salviette.. – lo seguii e rimasi senza fiato a vedere che aveva posizionato il “mio” spazzolino accanto al suo. Era troppo presto, vero, ma dannazione se faceva un bell’effetto al mio cuore! Mi sentivo felice e serena. Tanto che il sorriso non se ne andò più dal volto. Anche dopo che restai in bagno a cambiarmi e lavarmi. La doccia l’avrei fatta l’indomani mattina, ero troppo stanca in quel momento.
Quando tornai in camera Edward era steso a letto, su di un fianco con il volto rivolto verso di me, indossava una maglia a maniche corte bianca e non vedevo altro, colpa delle coperte! Dannate, dannatissime coperte!
La stanza era buia, ma ci pensavano le luci della città che provenivano dalla portafinestra a illuminare a tratti. Appoggiai le mie cose nella poltroncina di fianco al comodino e poi mi stesi, di fianco a lui, sbadigliando ancora.
-Sonno? – dalla sua voce capivo che per lui non era poi così tanto differente.
-Abbastanza… - sorrisi e mi voltai verso di lui, che ci mise poco ad afferrarmi i fianchi e avvicinarmi, intrecciando i nostri piedi.
-E’ tardissimo… - sussurrò appoggiato alla mia fronte. Ci sarebbe voluto poco e avrebbe preso sonno.
-Prima che tu ti addormenta…grazie Edward..
-Di cosa piccola? – mi sentivo in imbarazzo, ma estremamente determinata a dire quello che volevo.
-Di esserci, di esserti fatto perdonare per lo stronzo che eri all’inizio, per avermi scritto le mail mentre ero a Forks, per avermi aspettata all’aeroporto, come se fossi..come se fossi più che solo un’amica, e…per questo. Per i tuoi abbracci che mi danno sicurezza, per i tuoi occhi che mi fanno sentire importante, per le tue parole che mi riscaldano, per le tue carezze che mi sciolgono…Non ho mai provato nulla di tutto questo prima..e sono felice che sia tu il primo.
Il suo respiro era regolare. Troppo regolare.
Alzai lo sguardo per controllare, staccando la mia fronte dalla sua bocca e notai che si era addormentato. In un primo momento mi arrabbiai. Dannazione avevo dato aria alla bocca senza che mi avesse sentito. Invece poi sorrisi. Era così tenero mentre dormiva. Tutta l’ira di qualche secondo prima sfumata nel nulla. Chiusi gli occhi e mi accoccolai al suo petto. Allontanai il “Non è il caso” della mia testa e poco dopo mi addormentai protetta.

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Aprii gli occhi solo perché sentii uno strano formicolio al braccio. Ero ancora mezza addormentata, ma vedevo benissimo il corpo di Edward semisdraiato su di me, che ero completamente schiacciata tra lui e il letto, e il mio braccio era sotto mezzo suo torace, che fermava la circolazione sanguigna. Cercai di spingerlo al suo posto con poca forza, perché non si svegliasse, ma probabilmente quel giorno non ero fortunata, perché non riuscii a spostarlo di molto, ora infatti ricadeva completamente sul braccio, e oltretutto iniziava a svegliarsi. Quando aprì gli occhi anche lui e sorrise, cercai con un po’ di forza di estrapolare il mio braccio dolorante da sotto quel masso che era il suo corpo e con uno sbuffo finale ci riuscii.
-Ouch! – mi lamentai poi, cercando di riattivarlo con dei massaggi.
-Scusa! Durante la notte mi devo essere mosso… dai qui! – mi prese il braccio tra le sue mani e cominciò a massaggiarlo, e a muovere le dita, in cui ora sentivo come mille puntine impiantate. –Mi dispiace piccola.. – sorrisi, era talmente dolce da far venire il diabete.
-Non ti preoccupare, ora passa..non è nulla di grave e poi tu…tu sei un bravissimo massaggiatore! – sorrisi e si avvicinò a me dolcemente, appoggiando le sue labbra alle mie. Il bacio del buongiorno è qualcosa a cui sono sempre stata affezionata, credo che sia l’unico gesto espansivo nei confronti di Charlie fin da quando sono piccola. Negli anni in cui ero arrabbiata con il mondo intero e con lui prima di tutto, il bacio della mattina è stata una cosa che mi è mancata come l’aria, ma per orgoglio non mi sono mai abbassata a continuare quella routine. Adesso che sono più grande, che manco da casa, che ho capito l’importanza di mostrare l’affetto che provo per mio padre…beh quel bacio del buongiorno mi manca allo stesso modo. Questo bacio invece, mentre lui mi accarezza il fianco dolcemente, e le altre dita si intrecciano alle mie, questo è qualcosa di diverso. Mi fa stare bene allo stesso modo, mi fa svolazzare leggera e libera nell’aria, mi fa sentire voluta, desiderata, amata. Non è paragonabile a quello di ogni padre ma mi regala emozioni che non ho mai provato prima.
-Buongiorno piccola...è sempre bello svegliarsi con te nel letto!
Ora...ditemi cosa gli rispondo?
Le mie facoltà celebrali sono ridotte ad una massa melliflua e appiccicosa, che fa ribrezzo a pensarci…! Mi perdo nelle varie possibilità di risposta per qualche secondo, poi sorrido e decido di dire la prima cosa che penso.
-Buongiorno principino… è lo stesso per me! – più banale di così si muore!
-Come va il braccio?
-Meglio, grazie! – lo tolsi dalla sua presa e sorrisi, mettendomi seduta meglio su quel grande e comodo letto. Mi sorprendo di come non ci sia imbarazzo tra di noi, ma in realtà…non dovrei star qui a pensarci più di tanto, non siamo mai stati imbarazzati per queste cose io ed Edward. Ed è meglio così, posso godermi ogni singolo istante senza pensare alle mie guance rosse e timide, senza rischiare di fare figuracce!
-Che dici..andiamo a fare colazione? – Ora che ne parlava, effettivamente sentivo un buco nello stomaco grande quanto un cratere.
-Si! Solo se posso aiutarti a far qualcosa! – indossò un paio di pantaloni della tuta e mi fece segno di seguirlo, sorridendo. Entrambi eravamo a piedi nudi. Che meraviglia. Amavo camminare per casa a piedi scalzi, l’ho già detto?! E scoprire che anche Edward ha questa abitudine non può che rendermi felice, sono sempre di più lel cose che abbiamo in comune, sempre più cose mi fanno sperare.
La prima cosa che fece fu preparare il caffè, e poi tirò fuori l’occorrente per la nostra colazione. Stava mettendo sul bancone una moltitudine di cose, mi domandavo cosa avesse intenzione di cucinare a quest’ora della mattina.
-Allora..che facciamo? – domandai curiosa, dato che stava in silenzio a contemplare ciò che aveva nel frigorifero.
-Crepes! Le voglio come quella sera che mi hai curato, erano perfette, buonissime…speciali. Non ne ho mai mangiate di così buone! – lo guardai esterrefatta e poi sghignazzai quando mi guardò con lo sguardo da cucciolo. –Me le prepari?
-Tutte le volte che vuoi principino! – mentre mescolavo gli ingredienti lui aveva già preparato le tazze con il caffè, me ne aveva data una che avevo sorseggiato di tanto in tanto, e poi avevo cominciato la cottura. Tutto sotto il suo sguardo attento; voleva imparare mi disse.
-Ti dispiace se facciamo colazione qui sull’isola con degli sgabelli? Solitamente non apparecchio mai in salotto… - mi chiese occupandosi di prendere gli sgabelli dall’angolo nel quale erano stati messi ieri sera, probabilmente, per far spazio a noi donne in cucina.
-Non ti preoccupare! Va benissimo.. – spalmai la cioccolata sulla prima e poi la ripiegai, porgendogliela. Un’altra cosa in comune, odiavamo usare le stoviglie se si poteva mangiare a mano libera!
-Mmmm…La migliore colazione della mia vita! – rimasi turbata da quella confessione, ma cercai di scacciarlo in breve tempo. Non so neppure il motivo per cui mi preoccupai tanto, in fondo, anche io stavo avendo lo stesso pensiero. In passato, né con Jake né con altri ho mai vissuto un momento così, per quante colazioni io e Jacob abbiamo preparato insieme non c’è mai stato quel profumo elettrizzante che fa venire la pelle d’oca, non c’è mai stato quel sentore di condivisione che ho percepito oggi. Mentre cucinavo le crepes ed Edward mi guardava, chiacchierando e ridendo, nella spensieratezza e nella felicità più assoluta, mi sentivo bene, realizzata, contenta e libera, come mai nella mia vita. Era come essere al posto giusto, con la persona giusta, al momento giusto. Tutto perfetto. Non mi importava di avere i capelli fuori posto, di avere indosso un pantaloncino da uomo nascosti da una maglietta il doppio di me, gli occhi assonnati e probabilmente le occhiaie. Non mi interessava di niente. Anche per me è stata la colazione migliore della mia vita, con Alec il più delle volte non riuscivamo neppure a bere il caffè nello stesso momento per paura di discutere, con Edward invece era tutto così naturale che sembrava la routine di una casa già avviata, in cui io ero entrata in realtà solo poche ore fa. Una meraviglia. Peccato che proprio per questo i dubbi mi avevano raggiunta in un attimo, mettendomi davanti un grande stop luminoso e facendomi capire che forse, questi pensieri, erano un po’ troppo profondi e precoci. Alle volte vorrei staccare la spina del cervello e ragionare solo con il cuore…se avessi la sicurezza che non finisse in mille pezzi.
-Allora, oggi che facciamo? – mi lanciò un’occhiata maliziosa nel momento in cui lasciai scappare quella domanda ed io lo fulminai. I pensieri di prima sono già fuori dalla testa, il mio nuovo mantra “Vivere è non pensare” continua a farla da padrone, ed è davvero meglio così.
-Ho capito streghetta! Non ti preoccupare! Stavo solo scherzando! – rise, ma alzò le mani mettendosi sulla difensiva. –Che ne dici di andare a fare un giro in centro stamattina? Poi in serata devo essere in palestra, iniziano le qualificazioni. – annuii elettrizzata, cancellando la seconda parte della frase. Amavo le passeggiate, amavo guardare le persone che camminavano e anche di domenica sembrava che avessero fretta. Ero curiosa di vedere i turisti, di sentirli parlare nelle loro lingue e non capire una sola parola di quello che dicevano. Ero estasiata dall’odore che sentivo nell’aria, con il relax di non dover far nulla per tutto il giorno e solo una compagnia piacevole e gli occhi che godevano della spettacolarità che è per me Londra, anche nelle piccole cose.
Ci preparammo e poi passammo da casa in modo che io potessi cambiarmi e mettere qualcosa di più consono a una giornata di passeggio, ma che non fosse troppo sportiva. Jeans maglione e stivaletti. Poteva andare. Con il sorriso sulle labbra e tanta energia, troppa forse, ci misi solamente mezzora a fare la doccia ed asciugare i capelli e poi ero pronta.

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E’ stato l’inizio del periodo che credevo potesse diventare il più bello in assoluto.
Io e Edward passavamo molto tempo insieme, nonostante ci fossero le gare di mezzo; questa volta Emmett non gli impedì di uscire, di vedersi con me, di distrarsi diciamo. Spesso c’erano anche Seth e James che piano, piano si conoscevano a fondo e che riuscivano sempre a rallegrare le nostre serate. Edward mi aveva confessato che era la prima volta che James si prendeva così tante serate libere, da un’infinità di tempo...per cui pensai che Seth doveva contare molto per lui. O per lo meno ci speravo. Molte volte erano usciti insieme, alla fine avevo convinto il mio fratellastro a farsi trasportare in giro per la città e imparare cose nuove e fare molte fotografie. E chi meglio di James poteva aiutarlo?! Si sarebbero potuti conoscere, trovare le cose in comune, vedere se si piacevano a vicenda e poi….da cosa nasceva cosa!
Con Edward le cose sembravano andassero bene, molto bene. Dopo le gare, il più delle volte dormiva nel nostro appartamento, nel mio letto, in quel micro spazio che avevamo imparato a condividere. Diceva che gli permetteva di non odiare casa sua, di cui Emmett aveva le chiavi per andare a svegliarlo alla mattina prestissimo o per arrivare ad orari improponibili per parlare, allenarsi eccetera eccetera. Questa volta fui presente ad ogni gara, fin dalla prima, ed ogni volta che terminava il suo turno Edward mi prendeva per mano ed incurante di ogni cosa andavamo a pranzo fuori o a cena, o tornavamo a casa e cucinavamo qualcosa, dipendeva dall’orario fondamentalmente e parlavamo, parlavamo tanto e di qualsiasi cosa che non fosse l’incontro appena avvenuto. Ci stavamo conoscendo, imparavamo ogni chiacchiera di più qualcosa dell’altro, ogni domanda diventava preziosa; stavamo bene, eravamo felici.
Il momento più bello di tutti comunque…Fu vederlo vincere.
Credo non ci sperasse neppure lui ad un certo punto. Emmett era fuori di sé dalla gioia, Rosalie piangeva dalla felicità ed io ero semplicemente senza parole e senza fiato.
Mi guardava sorridendo, estremamente felice e realizzato, da quel quadrato che lo aveva fatto sudare, arrabbiare, e alla fine l’aveva incoronato. Ed io fissavo i suoi occhi verdi e non potevo che sentirmi orgogliosa. Tanto orgogliosa.
Quella sera, è stata la prima notte che non abbiamo passato insieme per colpa delle sue interviste. Non ci ho fatto ancora l’abitudine, giornalisti che lo fermano, che lo seguono, che ci sono in quasi ogni posto che frequentiamo. Foto scattate all’improvviso, impegni per le tv locali e per giornali. Edward è ormai sotto i riflettori, una star.
Mi chiedevo come avremmo fatto a conciliare tutto quanto, la nostra vita, la nostra semplicità e quel mondo che mi sembrava così lontano anni luce dai miei desideri, che neppure credevo fosse vero. Eppure per quanto assurdo ci siamo riusciti. Per qualche tempo.
Edward veniva raramente al nostro appartamento, preferiva che fossi io ad andare da lui, o che Emmett venisse a prendermi, per colpa della gente che lo seguiva appena fuori da casa, per colpa dei paparazzi che avrebbero voluto fotografarlo in ogni momento della giornata. Stava diventando un po’ stressante la situazione, ma era il suo momento e non avrei certo messo bocca sulla sua felicità per rovinargli la gloria. Per fortuna il palazzo in cui stava aveva il parcheggio sotterraneo, con tanto di ascensore che ci portava direttamente nel piano di Edward, o avremmo rischiato di farci assalire dai fotografi anche io e il suo allenatore. Ogni sera infatti, Emmett si faceva trovare sotto casa per accompagnarmi ed avevo colto l’occasione per conoscerlo un po’ di più. Era una brava persona, sembrava burbero, imponente e sempre incavolato, in realtà tirata via la scorza da allenatore di boxe di un ragazzo con i grilli per la testa, come aveva definito più volte Edward, era dolce e tenero e simpaticissimo. Cominciavo a piacere anche a lui, diceva che facevo bene a suo cognato, che gli era tornato il sorriso e la voglia di divertirsi con la testa sulle spalle. Non mi ha raccontato molto di Edward prima che ci conoscessimo, ma non mi era mai importato molto, preferivo che fosse lui stesso a dirmi di sé.
E poi, come se tutto questo non bastasse, ci inseriamo anche Esme e Carlisle. Quest’ultimo era presente, come sempre, anche alla sera della gara finale di Edward. Non so come facesse con l’ospedale e i turni, ma c’era sempre..ed io non ho mai chiesto, non ho mai tirato fuori l’argomento con i genitori di Edward né con Edward stesso, soprattutto perché il pugile non sapeva che suo padre assisteva agli incontri. Quando qualche giorno dopo la vittoria organizzammo una festa a sorpresa a casa di Esme e Carlisle, Rosalie richiese il mio aiuto, insieme a quello di Alice e Tanya. Avevamo preparato tutti i piatti che preferiva, ed Alice e Tanya oltre ad occuparsi delle decorazioni avevano preparato antipasti e tartine che avremmo mangiato con l’aperitivo. Il dolce l’aveva preparato Esme e non aveva voluto farci vedere nulla, disse che era una sorpresa…e così è stata. Per tutto. Quando Edward varcò la porta di casa della sua infanzia e ci aveva trovati lì, esultanti e festosi con un mega striscione che indicava “Complimenti Signor Pugile”, idea di Tanya ovviamente, era talmente tanto sorpreso che la bocca a fatica gli si richiudeva.
Avevamo festeggiato, urlato, bevuto e alla fine Esme e Carlisle consegnarono un pacchetto a Edward, che nessuno ha mai saputo cosa fosse. Ancora adesso sono curiosa, ma non mi sono mai permessa di invadere quell’argomento con il mio ficcanasare. Da quel giorno, spesso e volentieri Esme e Carlisle ci invitavano a cena, cosa che mi ha lasciata perplessa e imbarazzata non poche volte, soprattutto quando ho incominciato il secondo corso. Alla mattina vedevo la signora Masen composta, professionale e acculturata, mentre spiegava intrighi, tradimenti, opere letterarie e correnti culturali; la sera era una donna semplice, dedita alla famiglia e alle risate. Mi trovavo confusa e spesso mi capitava di rivolgermi a lei con il classico “professoressa Masen”, che scatenava risate a tavola e mi garantiva occhiatacce dalla donna. Mi sentivo una perfetta imbranata.
Chi invece sembrava avesse trovato l’equilibrio perfetto era Seth, che aveva esteso la sua permanenza a Londra per un altro mese. In realtà, però, a Londra non c’è stato. James gli ha raccontato che aveva una casa più a nord in mezzo al verde e lui non si è fatto scappare l’occasione di scattare qualche foto. Anche se secondo me quei due stavano combinando qualcosa senza voler avere testimoni. Lo capivo, per carità, ma almeno farci sapere se potevamo festeggiare una nuova coppia oppure dovevamo aspettare, eccheccavolo! Secondo me quei due sono fatti per stare insieme, e non importa la distanza, la differenza di età, il colore della pelle…insomma, a vederli così complici, così completi, con il sorriso sulle labbra, la voglia di ridere, di far ridere…erano perfetti. Sue aveva preso la notizia del prolungamento vacanza di Seth meglio di quello che ci aspettavamo, quello che non era stato contento era Charlie, che pensava di veder allontanare un altro componente della famiglia. Ma sono sicura che Sue, con i suoi modi calmi e pacati, gli avrà fatto capire qual è la cosa giusta da fare.
Edward era diventato l’ospite più richiesto in tv, mi sentivo orgogliosa e fiera di quello che stava costruendo perché nonostante tutto, restava l’Edward che avevo imparato a voler bene. Lo accompagnavo, stavo in disparte e cercavo di non farmi mai fotografare insieme a lui, per non dover cacciare di casa giornalisti e fotografi ad ogni ora. Per cui me ne stavo dietro le quinte ad attenderlo, e mi faceva sentire bene, speciale, perfetta. E’ strano detto da me. Io che non mi sono mai sentita perfetta con nessuno, neppure con Jake. L’unico che mi fa sentire perfetta ed amata è Charlie, ma lui è mio padre…ed è ovvio che sia così. Edward ha questa innata capacità di mettermi al centro di ogni suo pensiero, di ogni suo programma, di ogni suo progetto, di qualsiasi cosa. Prima di rispondere si alle richieste cerca i miei occhi, la mia approvazione, il mio entusiasmo, che non manca mai. Emmett e Rosalie tante volte mi hanno chiesto perché, se mi fossi arrabbiata perché non mi interpellava le prime volte, se mi desse fastidio qualcosa...ma la realtà è che non ero io, ma lui, lui soltanto a sentirsi completamente rivolto verso di me. Ed io allora sorridevo, annuivo, gli stringevo la mano, c’ero per fargli capire che era giusto che andasse avanti così, che facesse tutto quello che c’era da fare, che cavalcasse l’onda del successo in seguito ai suoi sacrifici. Era bello vederlo così preso, era bello vedere tutte le attenzioni che mi riservava, come mi accarezzava i capelli durante la notte, come intrecciava le dita alle mie quando eravamo in giro, quando cercava ogni contatto con me, anche il più piccolo. E poi il buongiorno, sussurrato sulle labbra, gli occhi felici dentro ai miei, il calore della sua pelle talmente forte che non servivano neppure le coperte. Era tutto perfetto.
E poi c’ero io.
C’ero io con i dubbi.
Con la costante paura di sbagliare.
Con l’immensa paura di perdere tutto questo.
Io e i miei tarli.
Io e la mia avversione per tutto quello che gli stava capitando.
Già.
Facevo la forte, lo incoraggiavo e dentro morivo sempre un po’ di più.
Ero sicura che tutto questo successo, questo accanimento mediatico, impegni e interviste, non portassero a nulla di buono. Ovviamente però, rimasi con i miei pensieri, senza mai dirli ad anima viva. Non faceva bene avere qualcuno negativo al proprio fianco, anche se io mantenevo i piedi ben piantati a terra e basta. Non ero negativa, no…solo dubbiosa. Avevo il timore che non portasse a nulla di buono nelle nostre vite, se non un po’ di scompiglio e molti, molti soldi.

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Questa sera è importante.
Forse è per questo motivo che mi sono ritrovata per ore seduta sul letto, senza sapere cosa indossare, come truccarmi, come sistemare i capelli, e pensavo solo a tutti questi mesi da quando ho conosciuto Edward. E’ stato immensamente bello, quasi non reale. Eppure c’ero e lo vivevo.
Stasera abbiamo una cena in un ristorante chic perché vogliono proporre a Edward di girare uno spot pubblicitario. Quando ha ricevuto la notizia era rimasto a bocca aperta, senza sapere cosa dire e mi guardava. Avevo esultato con lui, contenta di quella nuova opportunità, e intanto dentro di me mettevo via un pezzettino.
Lo sto aspettando da dieci minuti e forse sono io che sono in anticipo, ma lui non è mai stato ritardatario.
Alla fine avevo scelto un abito lungo color grigio chiaro con le maniche a tre quarti, in stoffa morbida e lucida, con il corpetto lavorato. C’erano dei disegni astratti o forse dei fiori, non lo so, e di tanto in tanto veniva posato uno strass. Alice mi prestò qualcosa per le spalle. Era una stola molto particolare, color bianco della stessa stoffa del vestito, fortunatamente, ma che si legava dietro la schiena, facendola quasi sembrare un copri spalle. Scarpe bianche e pochette nera, abbinata agli orecchini in tessuto leggeri e pendenti che portavo, regalati da Alice mentre facevamo compere qualche giorno fa.
Sentii l’auto fermarsi di fronte a me e lui scese. Perfetto. Indossava uno smoking blu notte, con la camicia grigia chiara e la cravatta abbinata al vestito. I capelli erano più corti di ieri sera, probabilmente stamattina doveva averli tagliati, per dargli una parvenza di ordine. E ci ha anche provato a pettinarli all’indietro, ma con fatica.
-Wow…sei bellissima.. – mi disse venendomi incontro e baciandomi la guancia dolcemente. Non era il caso di lasciargli il mio lucido sulle labbra già da inizio serata.
-Anche tu lo sei! – la verità è che lo avevo visto spesso così ultimamente. La tv, le interviste, le sale stampa…c’era una preparazione di ore prima. E lui era così bello, così dannatamente perfetto!
-Andiamo?! – annuii e mi prese la mano accompagnandomi al lato passeggero, con quel vestito era un’impresa non rimanere impigliata da qualche parte. Feci attenzione a non spiegazzarlo sotto il sedere e poi chiusi lo sportello. –Sei agitata? – mi domandò quando mise in moto.
-Un po’..infondo avremo a che fare con Dolce e Gabbana… - scoccò la lingua sul palato e poi sospirò. Sapevo che con tutta probabilità non ci sarebbero stati loro, ma un team di persone che lavoravano per lui, però già solo il team di Dolce e Gabbana mi faceva accapponare la pelle dall’ansia.
-Io me la faccio sotto! – lo fissai un attimo e poi scoppiai a ridere.
-Ma dai! – ridevo davvero forte. –E’ impossibile! Hai affrontato il ring, lo scandalo delle gare truccate, le minacce e decine e decine di interviste e paparazzi in giro e…ti preoccupi per Dolce e Gabbana?! – mi sembrava tutto così irrealistico. Per quanto potessi accompagnarlo in ogni dove, ero sempre con i miei valori ben lontani da questo mondo sfarzoso ed elegante, luccicoso e ad ombre, pronto a stangarti al primo errore.
-Senti, non sfottere okay? Ho capito che il mio stile di vita di questi ultimi tempi non ti va a genio, ma se dico che ho paura ce l’ho. Chiaro?! – rimasi scioccata alle sue parole. Era visibilmente irritato e non capivo come mai, stavo solo scherzando. E soprattutto, come diavolo aveva fatto a capire quelle cose se io non ne avevo mai fatto parola?
-Non dire idiozie Edward! E comunque non serve che ti scaldi tanto...volevo solo alleggerire la tensione. Non hai nulla di cui preoccuparti…passeremo una serata tranquilla, divertente e tu domani firmerai quel contratto.. – gli presi la mano dal volante, intanto aveva l’altra che ci stabilizzava e la portai alle labbra baciandogliela.
-Scusa..sono nervoso.. – sorrisi e scossi la testa. Cercai di raccontargli dell’ardua scelta che ho dovuto operare per scegliere cosa indossare, ripiegando sul vestito che avevo denominato vincitore che risaliva a tre anni prima per una festa a Yale, con dei pezzi grossi.
Nel frattempo eravamo arrivati al ristorante e già da fuori sembrava lussuosissimo. Edward mi aveva accompagnata dentro appoggiando una mano sulla schiena ed io, nel frattempo, speravo di non cadere sui tacchi, o avrei fatto una pessima figura e l’avrei fatta fare anche al mio accompagnatore. E non era il caso di metterci in imbarazzo proprio stasera, con un contratto talmente importante da firmare!
Quando entrammo restai sbigottita. Quel posto era enorme e tra i tavoli c’erano corridoi immensi in cui i camerieri passavano. Le tovaglie erano color avorio e i tovaglioli bianchi. Decine di posate e numerosi bicchieri in ogni tavolo. A dire la verità, mi aspettavo esattamente lo stile di arredamento pomposo, luccicoso, elegante, esorbitantemente costoso. Quello che non mi aspettavo era l’enormità della sala e la quantità di camerieri impiegati tra i tavoli.
Il maître ci chiese subito se avessimo prenotato ed Edward fu veloce a rispondere.
-No in realtà saremmo ospiti del team di Dolce e Gabbana. – ci avevano detto di dire così al telefono, e noi seguimmo per filo e per segno le loro indicazioni. L’uomo si illuminò a giorno e ci fece segno di proseguire avanti a lui, facendo un segno ad un altro pinguino in sala. Probabilmente quel team veniva spesso in questo posto, perché nessuno aveva detto al cameriere o secondo maître o come diavolo si chiamava dove dovessimo andare, un semplice gesto, uno che solo loro capivano. Un tavolo rotondo, apparecchiato con lo stesso stile di tutti gli altri, in una saletta riservata con solo qualche altro tavolo occupato da gente vestita elegantemente. Più mi guardavo attorno, più mi chiedevo cosa diavolo ci facevo io, seduta a quel tavolo, con quelle persone, con indosso l’unico vestito elegante che possedevo.
Restai in imbarazzo tutta la sera, incapace di intavolare anche la più breve chiacchierata con gli altri seduti al tavolo. Non avevo capito bene con chi stavamo cenando in realtà, erano presenti due che lavoravano nel marketing, uno nella fotografia, un loro avvocato, una donna e un altro uomo. Non avevo ben capito chi fossero questi ultimi in realtà, ma poco importava per me. Era Edward quello che doveva interessarsi. E lo fece davvero. Tutta la sera aveva tenuto la conversazione sempre leggera e su toni divertiti e scherzosi.
Ugualmente però non riuscivo a dire più di qualche parola, quando mi veniva espressamente richiesto. Ero imbambolata e tremendamente a disagio.
La Bella che conoscono tutti non frequenta questi posti e neppure queste persone. La Bella che conoscono le persone di Forks, non sapeva neppure chi fossero Dolce e Gabbana fino a qualche anno fa. Eppure questa sera sono stata seduta al tavolo del loro team, abbiamo mangiato insieme misere porzioni di cibo, che ci veniva servito accompagnato con dell’ottimo, quanto super costoso, vino rosso.
-Allora Edward lunedì l’attendiamo in ufficio per una questione burocratica, non ci vorrà più di un’ora. – era il momento dei saluti ed io non vedevo l’ora di andare a casa, levarmi le scarpe, il vestito e quell’aria rigida e impostata. –E’ stato un piacere per noi avervi avuto come nostri ospiti, siamo sicuri che ci saranno altre occasioni! – incominciò uno dei due direttori del marketing. –Tu e Isabella siete una coppia bellissima. Felici di avervi conosciuto! – stringemmo la mano a tutti e ci dileguammo.
In auto il mio stomaco prese a borbottare ed Edward rise!
Non era divertente, le pietanze saranno state pure appetitose, ma diavolo…erano porzioni per uccellini! Il mio appetito si sentiva offeso.
-Non ti preoccupare piccola, ho pensato a riempire il frigo stamattina! – risi anch’io e mi lasciai andare di più.
-E’ stata una piacevole serata, non pensavo che potesse essere così.. – non osai guardarlo, per paura che vedesse qualcosa nei miei occhi.
-Mh Mh! Davvero bella! Anche se al mio fianco non avevo la mia streghetta ma una statua di marmo! Si può sapere che ti è preso? – sbuffai.
-Senti Edward…non so se te ne sei accorto ma..abbiamo cenato con il team di Dolce e Gabbana! No aspetta…te lo ripeto… team di Dolce e Gabbana. – dissi scandendo meglio i loro nomi. –Non Rosalie ed Emmett… team di Dolce e Gabbana! – suonai esasperata.
-Lo so Bella, ero presente anche io! Ma ricordati che noi siamo sempre noi..e tali dobbiamo restare.. – gli lanciai un’occhiataccia.
-Edward…avresti preferito che al primo piatto con quattro cucchiaini da caffè di antipasti, formati da quattro cremine diverse, avessi detto “Mhh..buone, di allo chef che va bene, portaci il resto e dei crostini?” – lui scoppiò a ridere e scosse la testa.
-In effetti sarebbe stato…grottesco! – rispose ancora tra le risate, confermando il fatto che non potevamo essere noi stessi in ogni situazione.
-Nonna Swan mi ha insegnato le buone maniere Edward, ma era molto che non mi trovavo a confronto con personaggi così, anzi…mai! Perché in realtà la festa a Yale era più un buffet, questa sera abbiamo cenato al loro tavolo! Non sono abituata a questo genere di cose..mi dispiace. Non ce la faccio a fare finta di nulla, sorridere e chiacchierare di cose senza importanza, fare l’altezzosa e l’elegantona quando solitamente indosso un jeans ed un maglione che non si avvicina neppure al costo del loro fazzoletto da naso. Non so come abituarmi a queste cose e sinceramente…non ho voglia di abituarmici. Non sono io. La prossima volta forse è il caso che porti Rosalie. – si voltò verso di me, lo sentii dal movimento dal vestito e poi tornò a dare attenzione alla strada.
-Spero che tu stia scherzando! Sei stata perfetta per me, anche se avrei preferito che pensassi di meno alle apparenze e fossi più sciolta. Con il tempo ti abituerai, non ti preoccupare… – annuii silenziosa e il resto del viaggio lo passammo così, fino a casa sua. Non aveva capito che io non volevo abituarmici, che quel mondo non lo desideravo, che avrebbe portato solo guai e niente più. Non l’aveva capito e non volevo tornare sull’argomento proprio stanotte. Lasciai perdere, guardando fuori dal finestrino e pensando che mi mancava Forks e la semplicità dei miei concittadini.

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