Bella pov
Finalmente da soli!
Il pensiero si era formato nella mia testa alla velocità
della luce. Mi tolsi le scarpe e sospirai, sarei stata molto più comoda, anche
se erano dei semplici stivaletti.
Io adoro camminare per casa a piedi scalzi.
-E’ stata una bella serata, non trovi? – domandai, tanto
per evitare di cadere in imbarazzo, già sentivo le mie guance imporporarsi, e
proprio non capivo il motivo, dato che avevamo passato la notte insieme altre
volte. Possibile che fosse solo perché lui aveva confessato di voler fare
l’amore con me? Era solo questo che mi metteva ansia? Non era più successo da
quando avevo lasciato Alec, mai stata più con un altro ragazzo. E forse era normale
che ora mi sentissi così agitata. Giusto?
E allora perché sento la necessità dentro di me che
questa sensazione vada via, e mi permetta di godermi il tempo con Edward?!
-Si, lo è stata. Non passavo una serata così da tanto
tempo.. – mi sorrise e si avvicinò prendendomi per mano, quella senza le
scarpe. –Vieni..sono distrutto ed ho voglia di fare una luuungaaa dormita! –
ridacchiai.
-Se, come no! – mi lanciò un’occhiata maliziosa mentre
apriva la porta della camera da letto, che mi aveva mostrato anche prima.
-Che vorresti dire?
-Ho visto come mi guardavi mentre giocavamo a
biliardo…non erano certo occhiate di un tipo assonnato! Principino non sai
mentire! – si mise a ridere nel frattempo io appoggiai le scarpe in un angolo.
-Sei stata tu a provocare prima! Ti piegavi sul tavolo in
un modo…che…ahhh! Lasciamo perdere! Non voglio farti scappare ancora prima di
averti nel mio letto! – faceva il determinato, l’orgoglioso e il possente con
tutti, ma poi diventava uno zuccherino.
-Non scapperei, ma ammetto di non sentirmi molto pronta..
– avevamo una certa maturità per affrontare l’argomento, giusto?! Bene…allora
che lo si affrontasse seriamente.
-Lo so Bella..per quello non ho davvero intenzione di
spingerti ad affrettare le cose. Solo, mi fa piacere che tu sia con me…e poi
stasera sei magnifica, bellissima, estremamente sexy. – fui io a ridere.
Io…sexy? Ma dove aveva gli occhi questo?
Forse era il caso che andasse a farsi vedere da uno
specialista!
-Hai qualcosa da prestarmi per dormire? – scrollai le
spalle, facendo finta di non aver sentito quello che mi aveva detto.
-Ti va bene una mia vecchia tuta? – chiese con la testa
già nell’armadio.
-Per me è indifferente…quello che va bene per te..quello
che non usi. Non vorrei che ti desse fastidio poi.. – si voltò fulminandomi. –Okay, okay! Scusa!
Non dirò mai più una cosa del genere! – sembrava davvero che avessi osato
chissà cosa!
-Chi ti ha messo in testa una cosa del genere? Perché mai
dovrebbe darmi fastidio? Anzi…il tuo profumo è delizioso e vorrei sentirlo attorno
a me sempre.. – era ad un passo da me, teneva i vestiti in una mano e con
l’altra mi accarezzava dolcemente la guancia.
-Io..non lo so..scusa! Sono stata stupida e non dovevo…il
passato è andato ormai… - Alec non voleva che indossassi nulla di suo, diceva
che poi sapeva da femmina e lui non andava in giro con gli abiti da femmina.
Oltretutto se qualcuno mi avesse vista in quelle condizioni pensava che non
fosse consono indossare i suoi vestiti…per cui ho sempre evitato.
-Non ti scusare! Se vuoi ti accompagno in bagno per
cambiarti, così ti do anche uno spazzolino nuovo e delle salviette.. – lo
seguii e rimasi senza fiato a vedere che aveva posizionato il “mio” spazzolino
accanto al suo. Era troppo presto, vero, ma dannazione se faceva un
bell’effetto al mio cuore! Mi sentivo felice e serena. Tanto che il sorriso non
se ne andò più dal volto. Anche dopo che restai in bagno a cambiarmi e lavarmi.
La doccia l’avrei fatta l’indomani mattina, ero troppo stanca in quel momento.
Quando tornai in camera Edward era steso a letto, su di
un fianco con il volto rivolto verso di me, indossava una maglia a maniche
corte bianca e non vedevo altro, colpa delle coperte! Dannate, dannatissime
coperte!
La stanza era buia, ma ci pensavano le luci della città
che provenivano dalla portafinestra a illuminare a tratti. Appoggiai le mie
cose nella poltroncina di fianco al comodino e poi mi stesi, di fianco a lui,
sbadigliando ancora.
-Sonno? – dalla sua voce capivo che per lui non era poi
così tanto differente.
-Abbastanza… - sorrisi e mi voltai verso di lui, che ci
mise poco ad afferrarmi i fianchi e avvicinarmi, intrecciando i nostri piedi.
-E’ tardissimo… - sussurrò appoggiato alla mia fronte. Ci
sarebbe voluto poco e avrebbe preso sonno.
-Prima che tu ti addormenta…grazie Edward..
-Di cosa piccola? – mi sentivo in imbarazzo, ma
estremamente determinata a dire quello che volevo.
-Di esserci, di esserti fatto perdonare per lo stronzo
che eri all’inizio, per avermi scritto le mail mentre ero a Forks, per avermi
aspettata all’aeroporto, come se fossi..come se fossi più che solo un’amica,
e…per questo. Per i tuoi abbracci che mi danno sicurezza, per i tuoi occhi che
mi fanno sentire importante, per le tue parole che mi riscaldano, per le tue
carezze che mi sciolgono…Non ho mai provato nulla di tutto questo prima..e sono
felice che sia tu il primo.
Il suo respiro era regolare. Troppo regolare.
Alzai lo sguardo per controllare, staccando la mia fronte
dalla sua bocca e notai che si era addormentato. In un primo momento mi
arrabbiai. Dannazione avevo dato aria alla bocca senza che mi avesse sentito.
Invece poi sorrisi. Era così tenero mentre dormiva. Tutta l’ira di qualche
secondo prima sfumata nel nulla. Chiusi gli occhi e mi accoccolai al suo petto.
Allontanai il “Non è il caso” della mia testa e poco dopo mi addormentai
protetta.
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Aprii gli occhi solo perché sentii uno strano formicolio
al braccio. Ero ancora mezza addormentata, ma vedevo benissimo il corpo di
Edward semisdraiato su di me, che ero completamente schiacciata tra lui e il
letto, e il mio braccio era sotto mezzo suo torace, che fermava la circolazione
sanguigna. Cercai di spingerlo al suo posto con poca forza, perché non si
svegliasse, ma probabilmente quel giorno non ero fortunata, perché non riuscii
a spostarlo di molto, ora infatti ricadeva completamente sul braccio, e
oltretutto iniziava a svegliarsi. Quando aprì gli occhi anche lui e sorrise,
cercai con un po’ di forza di estrapolare il mio braccio dolorante da sotto
quel masso che era il suo corpo e con uno sbuffo finale ci riuscii.
-Ouch! – mi lamentai poi, cercando di riattivarlo con dei
massaggi.
-Scusa! Durante la notte mi devo essere mosso… dai qui! –
mi prese il braccio tra le sue mani e cominciò a massaggiarlo, e a muovere le
dita, in cui ora sentivo come mille puntine impiantate. –Mi dispiace piccola..
– sorrisi, era talmente dolce da far venire il diabete.
-Non ti preoccupare, ora passa..non è nulla di grave e
poi tu…tu sei un bravissimo massaggiatore! – sorrisi e si avvicinò a me
dolcemente, appoggiando le sue labbra alle mie. Il bacio del buongiorno è
qualcosa a cui sono sempre stata affezionata, credo che sia l’unico gesto
espansivo nei confronti di Charlie fin da quando sono piccola. Negli anni in
cui ero arrabbiata con il mondo intero e con lui prima di tutto, il bacio della
mattina è stata una cosa che mi è mancata come l’aria, ma per orgoglio non mi
sono mai abbassata a continuare quella routine. Adesso che sono più grande, che
manco da casa, che ho capito l’importanza di mostrare l’affetto che provo per
mio padre…beh quel bacio del buongiorno mi manca allo stesso modo. Questo bacio
invece, mentre lui mi accarezza il fianco dolcemente, e le altre dita si
intrecciano alle mie, questo è qualcosa di diverso. Mi fa stare bene allo
stesso modo, mi fa svolazzare leggera e libera nell’aria, mi fa sentire voluta,
desiderata, amata. Non è paragonabile a quello di ogni padre ma mi regala
emozioni che non ho mai provato prima.
-Buongiorno piccola...è sempre bello svegliarsi con te
nel letto!
Ora...ditemi cosa gli rispondo?
Le mie facoltà celebrali sono ridotte ad una massa
melliflua e appiccicosa, che fa ribrezzo a pensarci…! Mi perdo nelle varie
possibilità di risposta per qualche secondo, poi sorrido e decido di dire la
prima cosa che penso.
-Buongiorno principino… è lo stesso per me! – più banale
di così si muore!
-Come va il braccio?
-Meglio, grazie! – lo tolsi dalla sua presa e sorrisi,
mettendomi seduta meglio su quel grande e comodo letto. Mi sorprendo di come
non ci sia imbarazzo tra di noi, ma in realtà…non dovrei star qui a pensarci
più di tanto, non siamo mai stati imbarazzati per queste cose io ed Edward. Ed
è meglio così, posso godermi ogni singolo istante senza pensare alle mie guance
rosse e timide, senza rischiare di fare figuracce!
-Che dici..andiamo a fare colazione? – Ora che ne
parlava, effettivamente sentivo un buco nello stomaco grande quanto un cratere.
-Si! Solo se posso aiutarti a far qualcosa! – indossò un
paio di pantaloni della tuta e mi fece segno di seguirlo, sorridendo. Entrambi
eravamo a piedi nudi. Che meraviglia. Amavo camminare per casa a piedi scalzi,
l’ho già detto?! E scoprire che anche Edward ha questa abitudine non può che
rendermi felice, sono sempre di più lel cose che abbiamo in comune, sempre più
cose mi fanno sperare.
La prima cosa che fece fu preparare il caffè, e poi tirò
fuori l’occorrente per la nostra colazione. Stava mettendo sul bancone una
moltitudine di cose, mi domandavo cosa avesse intenzione di cucinare a
quest’ora della mattina.
-Allora..che facciamo? – domandai curiosa, dato che stava
in silenzio a contemplare ciò che aveva nel frigorifero.
-Crepes! Le voglio come quella sera che mi hai curato,
erano perfette, buonissime…speciali. Non ne ho mai mangiate di così buone! – lo
guardai esterrefatta e poi sghignazzai quando mi guardò con lo sguardo da
cucciolo. –Me le prepari?
-Tutte le volte che vuoi principino! – mentre mescolavo
gli ingredienti lui aveva già preparato le tazze con il caffè, me ne aveva data
una che avevo sorseggiato di tanto in tanto, e poi avevo cominciato la cottura.
Tutto sotto il suo sguardo attento; voleva imparare mi disse.
-Ti dispiace se facciamo colazione qui sull’isola con
degli sgabelli? Solitamente non apparecchio mai in salotto… - mi chiese
occupandosi di prendere gli sgabelli dall’angolo nel quale erano stati messi
ieri sera, probabilmente, per far spazio a noi donne in cucina.
-Non ti preoccupare! Va benissimo.. – spalmai la
cioccolata sulla prima e poi la ripiegai, porgendogliela. Un’altra cosa in
comune, odiavamo usare le stoviglie se si poteva mangiare a mano libera!
-Mmmm…La migliore colazione della mia vita! – rimasi
turbata da quella confessione, ma cercai di scacciarlo in breve tempo. Non so
neppure il motivo per cui mi preoccupai tanto, in fondo, anche io stavo avendo
lo stesso pensiero. In passato, né con Jake né con altri ho mai vissuto un
momento così, per quante colazioni io e Jacob abbiamo preparato insieme non c’è
mai stato quel profumo elettrizzante che fa venire la pelle d’oca, non c’è mai
stato quel sentore di condivisione che ho percepito oggi. Mentre cucinavo le
crepes ed Edward mi guardava, chiacchierando e ridendo, nella spensieratezza e
nella felicità più assoluta, mi sentivo bene, realizzata, contenta e libera,
come mai nella mia vita. Era come essere al posto giusto, con la persona
giusta, al momento giusto. Tutto perfetto. Non mi importava di avere i capelli
fuori posto, di avere indosso un pantaloncino da uomo nascosti da una maglietta
il doppio di me, gli occhi assonnati e probabilmente le occhiaie. Non mi
interessava di niente. Anche per me è stata la colazione migliore della mia
vita, con Alec il più delle volte non riuscivamo neppure a bere il caffè nello
stesso momento per paura di discutere, con Edward invece era tutto così
naturale che sembrava la routine di una casa già avviata, in cui io ero entrata
in realtà solo poche ore fa. Una meraviglia. Peccato che proprio per questo i
dubbi mi avevano raggiunta in un attimo, mettendomi davanti un grande stop
luminoso e facendomi capire che forse, questi pensieri, erano un po’ troppo
profondi e precoci. Alle volte vorrei staccare la spina del cervello e
ragionare solo con il cuore…se avessi la sicurezza che non finisse in mille
pezzi.
-Allora, oggi che facciamo? – mi lanciò un’occhiata
maliziosa nel momento in cui lasciai scappare quella domanda ed io lo fulminai.
I pensieri di prima sono già fuori dalla testa, il mio nuovo mantra “Vivere è
non pensare” continua a farla da padrone, ed è davvero meglio così.
-Ho capito streghetta! Non ti preoccupare! Stavo solo
scherzando! – rise, ma alzò le mani mettendosi sulla difensiva. –Che ne dici di
andare a fare un giro in centro stamattina? Poi in serata devo essere in
palestra, iniziano le qualificazioni. – annuii elettrizzata, cancellando la
seconda parte della frase. Amavo le passeggiate, amavo guardare le persone che
camminavano e anche di domenica sembrava che avessero fretta. Ero curiosa di
vedere i turisti, di sentirli parlare nelle loro lingue e non capire una sola
parola di quello che dicevano. Ero estasiata dall’odore che sentivo nell’aria,
con il relax di non dover far nulla per tutto il giorno e solo una compagnia
piacevole e gli occhi che godevano della spettacolarità che è per me Londra,
anche nelle piccole cose.
Ci preparammo e poi passammo da casa in modo che io
potessi cambiarmi e mettere qualcosa di più consono a una giornata di
passeggio, ma che non fosse troppo sportiva. Jeans maglione e stivaletti.
Poteva andare. Con il sorriso sulle labbra e tanta energia, troppa forse, ci
misi solamente mezzora a fare la doccia ed asciugare i capelli e poi ero
pronta.
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E’ stato l’inizio del periodo che credevo potesse
diventare il più bello in assoluto.
Io e Edward passavamo molto tempo insieme, nonostante ci
fossero le gare di mezzo; questa volta Emmett non gli impedì di uscire, di
vedersi con me, di distrarsi diciamo. Spesso c’erano anche Seth e James che
piano, piano si conoscevano a fondo e che riuscivano sempre a rallegrare le
nostre serate. Edward mi aveva confessato che era la prima volta che James si
prendeva così tante serate libere, da un’infinità di tempo...per cui pensai che
Seth doveva contare molto per lui. O per lo meno ci speravo. Molte volte erano
usciti insieme, alla fine avevo convinto il mio fratellastro a farsi trasportare
in giro per la città e imparare cose nuove e fare molte fotografie. E chi
meglio di James poteva aiutarlo?! Si sarebbero potuti conoscere, trovare le
cose in comune, vedere se si piacevano a vicenda e poi….da cosa nasceva cosa!
Con Edward le cose sembravano andassero bene, molto bene.
Dopo le gare, il più delle volte dormiva nel nostro appartamento, nel mio
letto, in quel micro spazio che avevamo imparato a condividere. Diceva che gli
permetteva di non odiare casa sua, di cui Emmett aveva le chiavi per andare a
svegliarlo alla mattina prestissimo o per arrivare ad orari improponibili per
parlare, allenarsi eccetera eccetera. Questa volta fui presente ad ogni gara,
fin dalla prima, ed ogni volta che terminava il suo turno Edward mi prendeva
per mano ed incurante di ogni cosa andavamo a pranzo fuori o a cena, o
tornavamo a casa e cucinavamo qualcosa, dipendeva dall’orario fondamentalmente
e parlavamo, parlavamo tanto e di qualsiasi cosa che non fosse l’incontro
appena avvenuto. Ci stavamo conoscendo, imparavamo ogni chiacchiera di più
qualcosa dell’altro, ogni domanda diventava preziosa; stavamo bene, eravamo
felici.
Il momento più bello di tutti comunque…Fu vederlo
vincere.
Credo non ci sperasse neppure lui ad un certo punto. Emmett
era fuori di sé dalla gioia, Rosalie piangeva dalla felicità ed io ero
semplicemente senza parole e senza fiato.
Mi guardava sorridendo, estremamente felice e realizzato,
da quel quadrato che lo aveva fatto sudare, arrabbiare, e alla fine l’aveva
incoronato. Ed io fissavo i suoi occhi verdi e non potevo che sentirmi
orgogliosa. Tanto orgogliosa.
Quella sera, è stata la prima notte che non abbiamo
passato insieme per colpa delle sue interviste. Non ci ho fatto ancora
l’abitudine, giornalisti che lo fermano, che lo seguono, che ci sono in quasi
ogni posto che frequentiamo. Foto scattate all’improvviso, impegni per le tv
locali e per giornali. Edward è ormai sotto i riflettori, una star.
Mi chiedevo come avremmo fatto a conciliare tutto quanto,
la nostra vita, la nostra semplicità e quel mondo che mi sembrava così lontano
anni luce dai miei desideri, che neppure credevo fosse vero. Eppure per quanto
assurdo ci siamo riusciti. Per qualche tempo.
Edward veniva raramente al nostro appartamento, preferiva
che fossi io ad andare da lui, o che Emmett venisse a prendermi, per colpa
della gente che lo seguiva appena fuori da casa, per colpa dei paparazzi che
avrebbero voluto fotografarlo in ogni momento della giornata. Stava diventando
un po’ stressante la situazione, ma era il suo momento e non avrei certo messo
bocca sulla sua felicità per rovinargli la gloria. Per fortuna il palazzo in
cui stava aveva il parcheggio sotterraneo, con tanto di ascensore che ci
portava direttamente nel piano di Edward, o avremmo rischiato di farci assalire
dai fotografi anche io e il suo allenatore. Ogni sera infatti, Emmett si faceva
trovare sotto casa per accompagnarmi ed avevo colto l’occasione per conoscerlo
un po’ di più. Era una brava persona, sembrava burbero, imponente e sempre
incavolato, in realtà tirata via la scorza da allenatore di boxe di un ragazzo
con i grilli per la testa, come aveva definito più volte Edward, era dolce e
tenero e simpaticissimo. Cominciavo a piacere anche a lui, diceva che facevo
bene a suo cognato, che gli era tornato il sorriso e la voglia di divertirsi
con la testa sulle spalle. Non mi ha raccontato molto di Edward prima che ci
conoscessimo, ma non mi era mai importato molto, preferivo che fosse lui stesso
a dirmi di sé.
E poi, come se tutto questo non bastasse, ci inseriamo
anche Esme e Carlisle. Quest’ultimo era presente, come sempre, anche alla sera
della gara finale di Edward. Non so come facesse con l’ospedale e i turni, ma
c’era sempre..ed io non ho mai chiesto, non ho mai tirato fuori l’argomento con
i genitori di Edward né con Edward stesso, soprattutto perché il pugile non
sapeva che suo padre assisteva agli incontri. Quando qualche giorno dopo la
vittoria organizzammo una festa a sorpresa a casa di Esme e Carlisle, Rosalie
richiese il mio aiuto, insieme a quello di Alice e Tanya. Avevamo preparato
tutti i piatti che preferiva, ed Alice e Tanya oltre ad occuparsi delle
decorazioni avevano preparato antipasti e tartine che avremmo mangiato con
l’aperitivo. Il dolce l’aveva preparato Esme e non aveva voluto farci vedere
nulla, disse che era una sorpresa…e così è stata. Per tutto. Quando Edward
varcò la porta di casa della sua infanzia e ci aveva trovati lì, esultanti e
festosi con un mega striscione che indicava “Complimenti Signor Pugile”, idea di
Tanya ovviamente, era talmente tanto sorpreso che la bocca a fatica gli si
richiudeva.
Avevamo festeggiato, urlato, bevuto e alla fine Esme e
Carlisle consegnarono un pacchetto a Edward, che nessuno ha mai saputo cosa
fosse. Ancora adesso sono curiosa, ma non mi sono mai permessa di invadere
quell’argomento con il mio ficcanasare. Da quel giorno, spesso e volentieri
Esme e Carlisle ci invitavano a cena, cosa che mi ha lasciata perplessa e
imbarazzata non poche volte, soprattutto quando ho incominciato il secondo
corso. Alla mattina vedevo la signora Masen composta, professionale e
acculturata, mentre spiegava intrighi, tradimenti, opere letterarie e correnti
culturali; la sera era una donna semplice, dedita alla famiglia e alle risate.
Mi trovavo confusa e spesso mi capitava di rivolgermi a lei con il classico
“professoressa Masen”, che scatenava risate a tavola e mi garantiva occhiatacce
dalla donna. Mi sentivo una perfetta imbranata.
Chi invece sembrava avesse trovato l’equilibrio perfetto
era Seth, che aveva esteso la sua permanenza a Londra per un altro mese. In
realtà, però, a Londra non c’è stato. James gli ha raccontato che aveva una
casa più a nord in mezzo al verde e lui non si è fatto scappare l’occasione di
scattare qualche foto. Anche se secondo me quei due stavano combinando qualcosa
senza voler avere testimoni. Lo capivo, per carità, ma almeno farci sapere se
potevamo festeggiare una nuova coppia oppure dovevamo aspettare, eccheccavolo! Secondo
me quei due sono fatti per stare insieme, e non importa la distanza, la
differenza di età, il colore della pelle…insomma, a vederli così complici, così
completi, con il sorriso sulle labbra, la voglia di ridere, di far ridere…erano
perfetti. Sue aveva preso la notizia del prolungamento vacanza di Seth meglio
di quello che ci aspettavamo, quello che non era stato contento era Charlie,
che pensava di veder allontanare un altro componente della famiglia. Ma sono
sicura che Sue, con i suoi modi calmi e pacati, gli avrà fatto capire qual è la
cosa giusta da fare.
Edward era diventato l’ospite più richiesto in tv, mi
sentivo orgogliosa e fiera di quello che stava costruendo perché nonostante
tutto, restava l’Edward che avevo imparato a voler bene. Lo accompagnavo, stavo
in disparte e cercavo di non farmi mai fotografare insieme a lui, per non dover
cacciare di casa giornalisti e fotografi ad ogni ora. Per cui me ne stavo
dietro le quinte ad attenderlo, e mi faceva sentire bene, speciale, perfetta.
E’ strano detto da me. Io che non mi sono mai sentita perfetta con nessuno,
neppure con Jake. L’unico che mi fa sentire perfetta ed amata è Charlie, ma lui
è mio padre…ed è ovvio che sia così. Edward ha questa innata capacità di
mettermi al centro di ogni suo pensiero, di ogni suo programma, di ogni suo
progetto, di qualsiasi cosa. Prima di rispondere si alle richieste cerca i miei
occhi, la mia approvazione, il mio entusiasmo, che non manca mai. Emmett e
Rosalie tante volte mi hanno chiesto perché, se mi fossi arrabbiata perché non
mi interpellava le prime volte, se mi desse fastidio qualcosa...ma la realtà è
che non ero io, ma lui, lui soltanto a sentirsi completamente rivolto verso di
me. Ed io allora sorridevo, annuivo, gli stringevo la mano, c’ero per fargli
capire che era giusto che andasse avanti così, che facesse tutto quello che
c’era da fare, che cavalcasse l’onda del successo in seguito ai suoi sacrifici.
Era bello vederlo così preso, era bello vedere tutte le attenzioni che mi
riservava, come mi accarezzava i capelli durante la notte, come intrecciava le
dita alle mie quando eravamo in giro, quando cercava ogni contatto con me,
anche il più piccolo. E poi il buongiorno, sussurrato sulle labbra, gli occhi
felici dentro ai miei, il calore della sua pelle talmente forte che non
servivano neppure le coperte. Era tutto perfetto.
E poi c’ero io.
C’ero io con i dubbi.
Con la costante paura di sbagliare.
Con l’immensa paura di perdere tutto questo.
Io e i miei tarli.
Io e la mia avversione per tutto quello che gli stava
capitando.
Già.
Facevo la forte, lo incoraggiavo e dentro morivo sempre
un po’ di più.
Ero sicura che tutto questo successo, questo accanimento
mediatico, impegni e interviste, non portassero a nulla di buono. Ovviamente
però, rimasi con i miei pensieri, senza mai dirli ad anima viva. Non faceva
bene avere qualcuno negativo al proprio fianco, anche se io mantenevo i piedi
ben piantati a terra e basta. Non ero negativa, no…solo dubbiosa. Avevo il
timore che non portasse a nulla di buono nelle nostre vite, se non un po’ di
scompiglio e molti, molti soldi.
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Questa sera è importante.
Forse è per questo motivo che mi sono ritrovata per ore
seduta sul letto, senza sapere cosa indossare, come truccarmi, come sistemare i
capelli, e pensavo solo a tutti questi mesi da quando ho conosciuto Edward. E’
stato immensamente bello, quasi non reale. Eppure c’ero e lo vivevo.
Stasera abbiamo una cena in un ristorante chic perché
vogliono proporre a Edward di girare uno spot pubblicitario. Quando ha ricevuto
la notizia era rimasto a bocca aperta, senza sapere cosa dire e mi guardava.
Avevo esultato con lui, contenta di quella nuova opportunità, e intanto dentro
di me mettevo via un pezzettino.
Lo sto aspettando da dieci minuti e forse sono io che
sono in anticipo, ma lui non è mai stato ritardatario.
Alla fine avevo scelto un abito lungo color grigio chiaro
con le maniche a tre quarti, in stoffa morbida e lucida, con il corpetto
lavorato. C’erano dei disegni astratti o forse dei fiori, non lo so, e di tanto
in tanto veniva posato uno strass. Alice mi prestò qualcosa per le spalle. Era
una stola molto particolare, color bianco della stessa stoffa del vestito,
fortunatamente, ma che si legava dietro la schiena, facendola quasi sembrare un
copri spalle. Scarpe bianche e pochette nera, abbinata agli orecchini in
tessuto leggeri e pendenti che portavo, regalati da Alice mentre facevamo
compere qualche giorno fa.
Sentii l’auto fermarsi di fronte a me e lui scese. Perfetto.
Indossava uno smoking blu notte, con la camicia grigia chiara e la cravatta
abbinata al vestito. I capelli erano più corti di ieri sera, probabilmente
stamattina doveva averli tagliati, per dargli una parvenza di ordine. E ci ha
anche provato a pettinarli all’indietro, ma con fatica.
-Wow…sei bellissima.. – mi disse venendomi incontro e
baciandomi la guancia dolcemente. Non era il caso di lasciargli il mio lucido
sulle labbra già da inizio serata.
-Anche tu lo sei! – la verità è che lo avevo visto spesso
così ultimamente. La tv, le interviste, le sale stampa…c’era una preparazione
di ore prima. E lui era così bello, così dannatamente perfetto!
-Andiamo?! – annuii e mi prese la mano accompagnandomi al
lato passeggero, con quel vestito era un’impresa non rimanere impigliata da
qualche parte. Feci attenzione a non spiegazzarlo sotto il sedere e poi chiusi
lo sportello. –Sei agitata? – mi domandò quando mise in moto.
-Un po’..infondo avremo a che fare con Dolce e Gabbana… -
scoccò la lingua sul palato e poi sospirò. Sapevo che con tutta probabilità non
ci sarebbero stati loro, ma un team di persone che lavoravano per lui, però già
solo il team di Dolce e Gabbana mi faceva accapponare la pelle dall’ansia.
-Io me la faccio sotto! – lo fissai un attimo e poi
scoppiai a ridere.
-Ma dai! – ridevo davvero forte. –E’ impossibile! Hai
affrontato il ring, lo scandalo delle gare truccate, le minacce e decine e
decine di interviste e paparazzi in giro e…ti preoccupi per Dolce e Gabbana?! –
mi sembrava tutto così irrealistico. Per quanto potessi accompagnarlo in ogni
dove, ero sempre con i miei valori ben lontani da questo mondo sfarzoso ed
elegante, luccicoso e ad ombre, pronto a stangarti al primo errore.
-Senti, non sfottere okay? Ho capito che il mio stile di
vita di questi ultimi tempi non ti va a genio, ma se dico che ho paura ce l’ho.
Chiaro?! – rimasi scioccata alle sue parole. Era visibilmente irritato e non
capivo come mai, stavo solo scherzando. E soprattutto, come diavolo aveva fatto
a capire quelle cose se io non ne avevo mai fatto parola?
-Non dire idiozie Edward! E comunque non serve che ti
scaldi tanto...volevo solo alleggerire la tensione. Non hai nulla di cui
preoccuparti…passeremo una serata tranquilla, divertente e tu domani firmerai
quel contratto.. – gli presi la mano dal volante, intanto aveva l’altra che ci
stabilizzava e la portai alle labbra baciandogliela.
-Scusa..sono nervoso.. – sorrisi e scossi la testa.
Cercai di raccontargli dell’ardua scelta che ho dovuto operare per scegliere
cosa indossare, ripiegando sul vestito che avevo denominato vincitore che
risaliva a tre anni prima per una festa a Yale, con dei pezzi grossi.
Nel frattempo eravamo arrivati al ristorante e già da
fuori sembrava lussuosissimo. Edward mi aveva accompagnata dentro appoggiando
una mano sulla schiena ed io, nel frattempo, speravo di non cadere sui tacchi,
o avrei fatto una pessima figura e l’avrei fatta fare anche al mio
accompagnatore. E non era il caso di metterci in imbarazzo proprio stasera, con
un contratto talmente importante da firmare!
Quando entrammo restai sbigottita. Quel posto era enorme
e tra i tavoli c’erano corridoi immensi in cui i camerieri passavano. Le
tovaglie erano color avorio e i tovaglioli bianchi. Decine di posate e numerosi
bicchieri in ogni tavolo. A dire la verità, mi aspettavo esattamente lo stile
di arredamento pomposo, luccicoso, elegante, esorbitantemente costoso. Quello
che non mi aspettavo era l’enormità della sala e la quantità di camerieri
impiegati tra i tavoli.
Il maître ci chiese subito se avessimo prenotato ed
Edward fu veloce a rispondere.
-No in realtà saremmo ospiti del team di Dolce e Gabbana.
– ci avevano detto di dire così al telefono, e noi seguimmo per filo e per
segno le loro indicazioni. L’uomo si illuminò a giorno e ci fece segno di
proseguire avanti a lui, facendo un segno ad un altro pinguino in sala.
Probabilmente quel team veniva spesso in questo posto, perché nessuno aveva
detto al cameriere o secondo maître o come diavolo si chiamava dove dovessimo
andare, un semplice gesto, uno che solo loro capivano. Un tavolo rotondo,
apparecchiato con lo stesso stile di tutti gli altri, in una saletta riservata
con solo qualche altro tavolo occupato da gente vestita elegantemente. Più mi
guardavo attorno, più mi chiedevo cosa diavolo ci facevo io, seduta a quel
tavolo, con quelle persone, con indosso l’unico vestito elegante che possedevo.
Restai in imbarazzo tutta la sera, incapace di intavolare
anche la più breve chiacchierata con gli altri seduti al tavolo. Non avevo
capito bene con chi stavamo cenando in realtà, erano presenti due che
lavoravano nel marketing, uno nella fotografia, un loro avvocato, una donna e
un altro uomo. Non avevo ben capito chi fossero questi ultimi in realtà, ma
poco importava per me. Era Edward quello che doveva interessarsi. E lo fece
davvero. Tutta la sera aveva tenuto la conversazione sempre leggera e su toni
divertiti e scherzosi.
Ugualmente però non riuscivo a dire più di qualche
parola, quando mi veniva espressamente richiesto. Ero imbambolata e
tremendamente a disagio.
La Bella che conoscono tutti non frequenta questi posti e
neppure queste persone. La Bella che conoscono le persone di Forks, non sapeva
neppure chi fossero Dolce e Gabbana fino a qualche anno fa. Eppure questa sera
sono stata seduta al tavolo del loro team, abbiamo mangiato insieme misere
porzioni di cibo, che ci veniva servito accompagnato con dell’ottimo, quanto
super costoso, vino rosso.
-Allora Edward lunedì l’attendiamo in ufficio per una
questione burocratica, non ci vorrà più di un’ora. – era il momento dei saluti
ed io non vedevo l’ora di andare a casa, levarmi le scarpe, il vestito e
quell’aria rigida e impostata. –E’ stato un piacere per noi avervi avuto come
nostri ospiti, siamo sicuri che ci saranno altre occasioni! – incominciò uno
dei due direttori del marketing. –Tu e Isabella siete una coppia bellissima. Felici
di avervi conosciuto! – stringemmo la mano a tutti e ci dileguammo.
In auto il mio stomaco prese a borbottare ed Edward rise!
Non era divertente, le pietanze saranno state pure
appetitose, ma diavolo…erano porzioni per uccellini! Il mio appetito si sentiva
offeso.
-Non ti preoccupare piccola, ho pensato a riempire il
frigo stamattina! – risi anch’io e mi lasciai andare di più.
-E’ stata una piacevole serata, non pensavo che potesse
essere così.. – non osai guardarlo, per paura che vedesse qualcosa nei miei
occhi.
-Mh Mh! Davvero bella! Anche se al mio fianco non avevo
la mia streghetta ma una statua di marmo! Si può sapere che ti è preso? –
sbuffai.
-Senti Edward…non so se te ne sei accorto ma..abbiamo
cenato con il team di Dolce e Gabbana! No aspetta…te lo ripeto… team di Dolce e
Gabbana. – dissi scandendo meglio i loro nomi. –Non Rosalie ed Emmett… team di Dolce
e Gabbana! – suonai esasperata.
-Lo so Bella, ero presente anche io! Ma ricordati che noi
siamo sempre noi..e tali dobbiamo restare.. – gli lanciai un’occhiataccia.
-Edward…avresti preferito che al primo piatto con quattro
cucchiaini da caffè di antipasti, formati da quattro cremine diverse, avessi
detto “Mhh..buone, di allo chef che va bene, portaci il resto e dei crostini?”
– lui scoppiò a ridere e scosse la testa.
-In effetti sarebbe stato…grottesco! – rispose ancora tra
le risate, confermando il fatto che non potevamo essere noi stessi in ogni
situazione.
-Nonna Swan mi ha insegnato le buone maniere Edward, ma
era molto che non mi trovavo a confronto con personaggi così, anzi…mai! Perché
in realtà la festa a Yale era più un buffet, questa sera abbiamo cenato al loro
tavolo! Non sono abituata a questo genere di cose..mi dispiace. Non ce la
faccio a fare finta di nulla, sorridere e chiacchierare di cose senza
importanza, fare l’altezzosa e l’elegantona quando solitamente indosso un jeans
ed un maglione che non si avvicina neppure al costo del loro fazzoletto da
naso. Non so come abituarmi a queste cose e sinceramente…non ho voglia di
abituarmici. Non sono io. La prossima volta forse è il caso che porti Rosalie. –
si voltò verso di me, lo sentii dal movimento dal vestito e poi tornò a dare
attenzione alla strada.
-Spero che tu stia scherzando! Sei stata perfetta per me,
anche se avrei preferito che pensassi di meno alle apparenze e fossi più
sciolta. Con il tempo ti abituerai, non ti preoccupare… – annuii silenziosa e
il resto del viaggio lo passammo così, fino a casa sua. Non aveva capito che io
non volevo abituarmici, che quel mondo non lo desideravo, che avrebbe portato
solo guai e niente più. Non l’aveva capito e non volevo tornare sull’argomento
proprio stanotte. Lasciai perdere, guardando fuori dal finestrino e pensando
che mi mancava Forks e la semplicità dei miei concittadini.
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