sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 40



Edward Pov


Mi sentivo svuotato di ogni cosa. Avevo una caviglia ingessata e delle costole rotte. Per il resto solo alcuni graffi.
Mi era andata bene.
Un miracolo.
Appena ho aperto gli occhi ho chiesto di Bella a mia madre, c’era solo lei con me; avrei voluto che ci avessero nella stessa camera, potermi voltare da una parte e guardarla, averla vicino.
Ma immagino che non fosse il caso.
Ho ripetuto la domanda, quando notai che mia madre piangeva senza darmi risposta, mi stavo preoccupando che la situazione di Isabella fosse grave, che non me lo volessero dire. Invece poi parlò, con tono ferito e di rimprovero, dicendomi che si era preoccupata da morire, e che non dovevo farle più nessuno scherzo del genere. Poi mi aveva detto che Isabella era qualche stanza lontana da me, che stava bene ed aveva solo delle ferite profonde alle braccia e ad una gamba...ma stava bene. Gli occhi mi si erano riempiti di lacrime a sentirle dire quelle cose.
Stava bene.
Avevo sospirato e se penso a quel momento lo faccio nuovamente.
Lei stava bene.
Avevo voglia di vederla ma me lo impedivano, dicevano che non eravamo ancora pronti a incontrarci. Mi chiedevo perché, nonostante tutte le risposte le avessi di fronte come quadri appoggiati alle pareti di quella stanza bianca e impersonale.
Di sicuro lei incolpava me per l’incidente, e come darle torto? Ero io che guidavo. Io che dovevo assicurarmi di farla arrivare a casa sana e salva.
Quando la stanza rimase vuota e mia madre se ne andò a casa, iniziai a lasciar scorrere le lacrime, ora erano libere di viaggiare sul mio volto. Ero solo, potevo permettermi di essere debole, di essere uno sciocco ragazzino piagnucoloso. Era decisamente liberatorio. Avrei voluto andare da lei, abbracciarla, dirle quanto sono stupido, che mi dispiaceva, che non volevo farla soffrire.
Che cosa le avevo fatto?
Come potevo essere ancora qui?
Come?
La rabbia mi invase, rabbia verso me stesso, verso gli ultimi mesi della mia vita e il mio comportamento imperdonabile.
Sono stato così stupido, così stronzo…così distratto. Ho fatto del male alla donna che amo.
Dio…la amo!
Penso che sia la prima volta che lo ammetto a voce alta nella mia testa, le altre volte l’ho solo pensato, immaginato, senza dare veramente un nome a questo sentimento.
Quanto sono stupido.
Accecato da tutti i flash, dai sorrisi e gli applausi, non mi sono reso conto di cosa avevo tra le mani. L’ho persa. Le ho fatto male. L’ho trattata come se fosse nessuno, come se non fosse importante e le ho urlato addosso. Non volevo farla soffrire, non ho mai voluto farla soffrire…eppure ci sono riuscito, numerose volte. E’ diventata così importante da far paura. Non riuscivo a pensare lucidamente quando mi era attorno, vedevo lei, sentivo il suo profumo in casa o il calore delle sue dita intrecciate nelle mie e immaginavo un viaggio, una casa, un futuro che non avevo mai visto prima. Non ho mai parlato con nessuno dei miei sogni, non le ho mai detto cosa provo, cosa speravo per il nostro futuro. Un nostro futuro insieme che mi terrorizzava. Mi chiedevo se ero pronto, se era proprio ciò che volevo, se essere così dipendente e unito ad una donna era il mio desiderio…e le feste, i party, la gente così vuota che mi ha accerchiato in questi mesi mi ha distratto, mi ha fatto pensare ad altro, mi ha allontanato da lei e mi ha permesso di respirare un po’. Respingerla era l’unica opzione che trovavo possibile, anche se la mia mente era invasa dal suo volto e nel cuore sentivo un grande vuoto da quando non stavamo più insieme. Non stare più insieme. Ma lo siamo mai stati davvero?
E poi l’incidente.
Mi vengono i brividi e i singhiozzi mi scuotono il corpo se ci ripenso.
Faccio dei respiri profondi, mi hanno detto che devo stare calmo, che non devo agitarmi, così respiro con calma e mi asciugo le lacrime come posso.
Chiudo gli occhi e immagino il suo volto sorridente, i suoi capelli lunghi e la delicatezza delle sue labbra che lasciano un bacio sulla guancia o sul collo, un’immagine che ha sempre avuto il potere di tranquillizzarmi. Ma faccio peggio. Cristo! Sono disperato.
Sono lacerato dal dolore.
Ho paura. Ma di cosa? Di cosa ho paura? Di perderla?
L’ho già persa…è già scivolata via, lontano da me, me ne sono reso conto…e per quanto abbia cercato di afferrarla, incatenarla a me, non c’è stato verso.
Mi sento dentro un minestrone di sentimenti contrastanti.
Amore e dolore. Amore e paura. Amore e disperazione.
La amo. Ma so che non vorrà più vedermi.
La amo. Ma l’ho ferita…psicologicamente e fisicamente.
La amo. Lei mi odierà.

Apro gli occhi di scatto quando sento la porta aprirsi e mi volto verso quella direzione. Penso di vedere mia madre entrare per recuperare qualcosa, non voglio che mi veda così. Ma quando metto a fuoco l’immagine di fronte a me vorrei sotterrarmi. Isabella è seduta sulla sedia a rotelle, dietro di lei, Tanya la spinge dentro la camera. Le braccia sono fasciate, quello destro sembra essere in condizioni peggiori visto che la fasciatura arriva sino alla mano. Il camice e un leggero lenzuolo coprono le gambe. Toglilo, vorrei dire, ho bisogno di vedere che sei tutta intera. Che sono davvero solo dei graffi. Che stai bene. Dio, ne ho bisogno.
Lo sguardo di Tanya è serio e arrabbiato e scorgo anche della preoccupazione nei suoi occhi. Mi lancia occhiate gravi e gelide ed io non posso biasimarla. E’ passata stamattina a dirmi quello che pensava e non erano cose belle. Il suo pensiero, che temo in molti condividono, è che io e Bella non dobbiamo più vederci o respirare la stessa aria. Non solo, portava le parole del padre di Bella, un uomo che non ho mai conosciuto, che è preoccupato per la figlia, che io ho ferito, che ho messo in pericolo. Sono un pericolo per lui. Ai suoi occhi sono un uomo cattivo, irresponsabile, menefreghista. Un uomo che mette in pericolo la vita della donna che ama. Non ho potuto fare altro che ascoltarla e stare zitto, senza fiatare, senza lasciarmi abbattere dallo sconforto. Un uomo che ancora non conosco mi odia. Ed io non posso dargli torto.
Tanya spinge la sedia a rotelle verso il mio letto, ma non troppo vicino, come ad intimarci distanze silenziose.
-Ciao… - mi dice debole dopo un po’. Gli occhi sono incatenati ai suoi, non riesco a farne a meno, vorrei cercare di capire tutto ciò che non mi dice; ma li trovo lucidi e confusi, combattuti, e lo so anche senza specchiarmi che sono esattamente il riflesso dei miei.
-Ciao.. – mormoro con la stessa tonalità di voce bassa e triste, anche se dovrei solo ringraziare tutti gli angeli del Paradiso. Lei è qui. Di fronte a me.
Dio! Grazie!
In cuor mio spero che lei non la pensi come Tanya, che abbia capito che l’incidente non l’ho voluto, che mi sono distratto, che ero preso dal nostro litigio, che lei era fuori di sé in quel momento e mi stavo preoccupando, che mi ha spaventato…spero che sappia che non ho mai voluto farle male…che non volevo mettere a rischio la sua vita.
Dio quanta paura che ho avuto.
-Come…come ti senti? – mi chiede incerta. Chiudo gli occhi per un secondo e sospiro, decidendo di essere sincero, di non nasconderle come mi sento, di farle capire che per me lei è importantissima e che questa situazione mi sta distruggendo.
-Ora che ti vedo…meglio. Ho avuto paura che mi mentissero sulla tua salute, non…riuscivo a stare tranquillo. Volevo vederti, constatare con i miei occhi che stessi bene, che…eri ancora qui con me. - biascico a fatica. Lei arrossisce e abbassa gli occhi. Tanya, invece, si è appoggiata all’armadio in fondo alla stanza e sbuffa, non vuole lasciarci soli, ha paura che possa farle male, ancora. Decido di ignorarla, anche se la sua presenza mi ricorda costantemente che i suoi timori sono fondatissimi. –Tu...come ti senti? – chiedo.
-Bene...ho solo le ferite alle braccia che bruciano...ma sto bene. Credo che mi manderanno a casa molto presto... – annuisco e sorrido impercettibilmente. Sono felice da un lato. Felice perché sta bene, perché ha solo delle ferite che si rimargineranno, perché tornerà a casa. E’ tranquilla, almeno è quello che sembra ai miei occhi. Eppure so, percepisco, che c’è qualcosa che non va. E allora decido che è il momento giusto per chiedere scusa, per parlare, per chiarirsi; soprattutto è venuto il tempo di smettere di farsi del male.
-Bella… - dico all’improvviso, serio. –Io…
-Tanya…puoi uscire per favore? Ho bisogno di parlare con lui da sola.. – le dice e il volto della ragazza è una maschera di puro odio, verso di me.
-Urla se hai bisogno...ma sai quanto disapprovo questo... – dice, indicandomi. Isabella annuisce ed io respiro a fatica, fin quando esce.
-Bella...io… - riprovo a parlare, ma lei mi ferma, gelandomi con lo sguardo.
Lo sapevo.
Me lo sentivo.
Mi blocco, aspettando che sia lei a parlare, sapendo già che quello che dirà non mi piacerà per niente; che mi ferirà più di tutto quello che è successo fino ad ora. So già che farò l’uomo forte, che la lascerò parlare senza mormorare neppure il suo nome, senza provare a chiederle scusa, perché ciò che dirà lei mi toglierà ogni facoltà di pensiero. Mi seccherà la gola. Mi inumidirà gli occhi. Farà in modo che le ferite non facciano neppure male in confronto a quel dolore al petto che sento già sta avanzando come un ombra scura. Stringo nel pugno il lenzuolo e sopporto il suo sguardo freddo, arrabbiato, distaccato e le sue parole taglienti.
-Non voglio più vederti Edward. Una volta fuori di qui…io e te non dobbiamo più incrociare le nostre strade. Sono stata chiara? Non sopporto più la tua vicinanza…non sopporto di dover combattere per avere delle attenzioni. Non voglio che episodi come questo… – indica noi due con l’indice –Mi impediscano di vivere la mia vita. Ho avuto paura, mi sono spaventata…ho capito che sei pericoloso per me. Non voglio vederti più. – la sua voce è dura come mi aspettavo, è fredda come pensavo; e le parole sono peggio di ciò che credevo. Impallidisco. Improvvisamente mi sento mancare, non vedo bene, la stanza ha iniziato a muoversi e barcollare. Il letto sotto di me sembra fatto di gelatina, non riesco a mantenere l’equilibrio e pare che possa cadere per terra da un momento all’altro, con un grosso botto. Prima che le parole possano uscire dalla mia bocca sento il bip famigliare delle macchine che mi monitorano. Lei si distrae, si guarda attorno, si chiede come mai quel suono riempie la stanza, starà pensando al motivo per cui continua a suonare come un allarme. E lo è, un allarme che mi avvisa che mi sto agitando, che il mio corpo non è pronto a subire tutto questo stress, che il mio cuore e il mio sangue sono stanchi ed hanno bisogno di riposare.
-Bella...mi dispiace. Mi dispiace tanto…io…dovevo fare più attenzione e.. – non finisco perché lei parla prima che io possa terminare il mio discorso. Non so dove avevo trovato il coraggio di iniziare a chiederle scusa dopo ciò che mi ha detto, poco importa perché non lo troverò la seconda volta. Lo so, me lo sento. Non ho più forze.
-Non mi interessa. In questo momento mi fai schifo tu, la tua carriera da pugile e tutto il successo che hai fatto! Non ti riconosco più, non sei più l’Edward di Natale…tutto quello che abbiamo passato fino ad ora è svanito…era meglio se non ti avessi mai raccattato da terra. – è furiosa, anche se non alza la voce. Abbasso gli occhi, stordito dalle sue parole, incapace di guardarla ancora. Non riesco a sopportare il gelo dei suoi occhi, i brividi di paura che provo, l’ansia, il panico, la delusione. –TANYA! – grida, per farsi sentire, ma non troppo forte. Scommetto che la sua amica è dietro la porta che ascolta. Infatti entra subito, avvicinandosi alla sedia a rotelle. Non mi salutano, e perché dovrebbero infondo?
Le faccio schifo.
Era meglio se non mi avesse raccattato da terra, ha detto.
Ed io mi sento morire.
Era meglio se fossi morto dentro quella macchina.
Questo, fa mille volte più male.
Chiudo gli occhi, incapace di trattenere le lacrime.
Mi sento schifoso.
Mi sento male.
E i battiti del mio cuore rallentano, mentre la macchina che mi monitora emette suoni strani e mi sento scivolare via. La stanza si riempie di voci, ma non riesco ad ascoltarle.
Ho tanto sonno.
Non sono neppure riuscito…a chiederle scusa.

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Bella Pov


Quando esco dalla stanza di Edward Tanya sorride compostamente, con una mano spinge la sedia a rotelle l’alta stringe lievemente la mia spalla, congratulandosi con me. L’ho cacciata dalla stanza sperando che non ascoltasse, chiedendole silenziosamente di farsi gli affari suoi e, per una volta, non intromettersi nella discussione. Questo non l’ha trattenuta dal poggiare un orecchio alla porta e ascoltare le parole cattive che ho rivolto ad Edward. Lei crede che sia stato giusto quello che ho fatto, che sia sbagliato portare avanti la mia storia con lui, che mi abbia fatto troppo male. Lo credo anche io.
Credo che ci siamo fatti più male di quello che meritavamo.
Credo che nessuno dei due fosse pronto a impegnarsi davvero.
Lo credo dopo aver parlato con mio padre, avergli assicurato che sto bene, avergli promesso che non frequenterò più Edward e che avrei messo in chiaro le cose con lui, senza avvicinarmi troppo, senza essere mai da sola. Mio padre è l’unico uomo che mi amerà sempre, incondizionatamente. L’unico uomo che non mi ferirà, che non mi metterà mai in pericolo. L’unico uomo che avrò al mio fianco per tutta la vita.
Eppure…eppure quando sono entrata nella sua stanza prima ho avuto un attimo di esitazione. Vederlo lì steso, inerme, sul letto, con lo sguardo puntato nel mio, il suo sorriso appena accennato di serenità quando ha saputo che stavo bene, accompagnato alle parole poi che mi ha rivolto.

“Ora che ti vedo…meglio. Ho avuto paura che mi mentissero sulla tua salute, non…riuscivo a stare tranquillo. Volevo vederti, constatare con i miei occhi che stessi bene, che…eri ancora qui con me.”

Aveva i miei stessi dubbi, le mie stesse paure, un tono angosciato e triste, malinconico, colpevole. Avrei voluto alleviare il suo senso di colpa, dirgli che non era colpa sua, che era un incidente, era capitato un po’ per distrazione, un po’ per casualità. Volevo sorridergli, dirgli che tutto si sarebbe risolto, che potevamo ancora farcela. Quello era il mio istinto, ma probabilmente mi avrebbe portato a soffrire ancora. Immaginare il volto baffuto di Charlie e lo sbuffare di Tanya mi riportarono al presente, in quella camera di ospedale, con le braccia che bruciavano e la ferita alla gamba che cominciava a tirare e a far male. Non gli permisi di scusarsi e cominciai la mia arringa, ferendo me stessa e ferendo lui più di quanto mi aspettassi.
I suoi occhi ce li ho stampati nella mente, mi tormenteranno a lungo, mi faranno sentire in colpa per molto tempo. Era così deluso, così triste, così abbattuto. Uno sguardo che mi trasmetteva tutto il dispiacere, la paura e il dolore di quel momento. Si vedeva chiaramente quanto si sentisse in colpa per quello che era successo, anche se non è solo colpa sua.
Ma non posso perdonarlo, non ora, non dopo che Tanya ha parlato con me a lungo, dopo che le ho raccontato ogni cosa. Lei pensa che non siamo fatti per stare insieme, che lui non mi merita, che io non posso avere uno come lui al mio fianco. E ciò che mi ha sconvolto di più è che le parole non arrivavano da Jake, amico di una vita, ma da una coinquilina che mi conosce poco, ma che mi vuole un gran bene. Ed è facile raccontarle di come mi sia sentita in questi mesi, di quanti passi indietro abbiamo fatto. E la rabbia è sfociata, facendomi prendere la decisione di mettere una fine a tutto questo.
Ed anche se la delusione, l’odio, la tristezza e la rassegnazione nei suoi occhi era palpabile, so che le parole che gli ho rivolto hanno fatto più male a me; perché lui non mi ama. Io si.
Lo amo…troppo.
Ed è troppo presto. Era troppo presto. Abbiamo sbagliato a lasciarci andare, a fidarci, a ricominciare sperando di poter vivere normalmente. Siamo entrambi feriti, entrambi immaturi nei sentimenti. Abbiamo paura. Vogliamo cose diverse, troppo diverse.
Stiamo passeggiando nel corridoio, perché non voglio assolutamente tornare in camera e stendermi di nuovo sul letto. O meglio, Tanya mi spinge lentamente per fare durare il nostro “passeggiare” più a lungo, perché le ho detto che restare a letto ferma immobile mi fa pensare e non ne ho voglia, perché le ho spiegato che sono stufa di stare lì a guardare la parete bianca di fronte a me. Lei continua a spingermi, in un modo tutto suo, va avanti un pochino, poi torna indietro di qualche passo, poi avanti ancora con il suo ritmo strano e personale; finché non sentiamo le infermiere che corrono dietro di noi parlando a voce alta e ci giriamo per capire cosa succede. La stanza in cui si dirigono è quella di Edward.
Il mio cuore si stringe in una morsa, e il panico mi assale. Cosa gli è successo?! Perché tutti corrono verso quella stanza? Perché le infermiere parlano a voce alta? Perché questa fretta? Cos’è successo?
Tanya si accuccia di fianco a me, stringendo la mia mano non troppo forte per non farmi male.
-Bella… - ho gli occhi pieni di lacrime, so di averli e forse stanno già scendendo, ma non me ne rendo conto. –Shhh...non piangere! Vedrai…starà bene! Adesso i dottori escono e ci diranno qualcosa… - il suo tono dolce e preoccupato allo stesso tempo mi confonde. Ho appena detto addio all’uomo che mi ha rapito il cuore, che mi ha fatto innamorare per la prima volta, che mi ha ferita, che mi ha gettata via, che mi ha messo in pericolo. Ho appena detto addio ad un uomo che continuo ad amare, che amerò ancora per molto tempo, il cui ricordo mi provocherà pianti interminabili ogni notte. Gli ho appena detto addio, ed ora sono preoccupata come mai nella mia vita che gli sia successo qualcosa.
Siamo troppo lontane. Troppo lontane per vedere, per sentire quello che dicono. Siamo troppo lontane. Eppure ho paura ad avvicinarmi. Non so cosa fare e di sicuro Tanya non mi farà andare dentro quella stanza, non mi porterà a vedere cosa è successo. Ma ho bisogno di sapere.
Lo amo.
Lo odio.
Lo amo.
Lo odio.
Ho paura.
-Bella…tesoro…Stai calma. Non ti agitare. – me lo dice perché sto tremando, dentro e fuori. Io lo amo e non posso mentire a me stessa. –Starà bene, vedrai. – continua a ripetere ed io scuoto la testa. Voglio andare lì dentro, voglio sapere. Scuoto la testa e mormoro parole incomprensibili. –Si Bella, farà male…ma sarà meglio così, vedrai! – e le lacrime continuano a scendere copiosamente, perché sono consapevole che ho fatto la scelta giusta, che non posso soffrire ancora, che era un rapporto malato, che non posso far parte di un mondo in cui io non sia al centro, non un’altra volta. Non posso più soffrire, mi spezzerei definitivamente. Ho bisogno di essere il centro del mondo per qualcuno. Ne ho bisogno.
E piango, perché in fondo…non ho mai provato tutto questo amore per qualcuno.
-Fa male adesso, farà male domani…ma passerà! – continua a dirmi.
Ed io vorrei solo risponderle “Fa un cazzo di male che non hai idea!” e invece piango e basta.

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