sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 37



Bella Pov

Erano le cinque e cinquantacinque quando sentii il campanello suonare. Sapevo già chi avrei trovato dall’altra parte. Fu Tanya ad aprire la porta e farlo accomodare, mentre io terminavo di allacciare alla caviglia i sandali dal tacco alto. Il vestito me lo aveva prestato proprio la bionda, dicendomi che quella sera sarebbero finiti i miei problemi, con quello addosso lo avrei steso. Avevo riso tanto quel pomeriggio, si era impegnata a truccarmi, farmi la ceretta e massaggiarmi la pelle con un olio alla mandorla davvero eccezionale, che mi aveva garantito la pelle talmente morbida da assomigliare a quella di un neonato. Poi aveva tirato fuori dal suo armadio questo abito color bronzo nella parte alta del busto e nero dalla vita in giù, le maniche si fermavano a tre quarti e la schiena restava quasi del tutto scoperta. Quello che secondo Tanya lo avrebbe fatto rimanere a bocca aperta era la profonda apertura laterale che permetteva di mostrare buonissima parte delle mie gambe nel momento in cui camminavo o mi sedevo. Su entrambe le maniche, all’altezza delle spalle vi era cucita una serie di catene dorate che ornavano il mio collo, senza bisogno di indossare altri gioielli, e dietro ne scendevano altre morbide e lunghe sulla schiena. Era un vestito talmente bello che temevo di rovinarlo con qualche movimento incontrollato o versandomi addosso del vino o impigliandomi da qualche parte, insomma con una delle mie solite figuracce. A completare il look c’erano i sandali neri, con una catena oro che li lega alla caviglia. Si abbinavano perfettamente. I capelli li avevo raccolti a destra, in una morbida coda che valorizzava le mie onde, e Tanya mi aveva truccata con un ombretto color bronzo e marrone, molto leggero ma puntava a risaltare lo sguardo, senza concentrarsi troppo sulla marcatura dell’occhio. Quando mi guardai allo specchio mi trovai bellissima. Era difficile per me essere obiettiva, ma quella sera era davvero difficile pensare che fossi brutta. Di certo non potevo competere con le donne che ci sarebbero state in quella sala, ma speravo almeno di non sfigurare troppo.
Quando varcai la porta della mia camera, con una pochette nera tra le mani, in cui avevo potuto infilare solo il telefono, dei fazzolettini sciolti, la patente (che utilizzavo come documento di riconoscimento insieme alla tessera sanitaria provvisoria) e il mio fidato rossetto lucido ma di colore neutro, rimasi colpita dalla visione che avevo di fronte agli occhi. Edward era appoggiato al divano, con le braccia incrociate sul petto, e le gambe stese davanti a lui, con le caviglie incrociate. Un vestito nero elegante con la camicia bianca e la cravatta. Era semplice, indossava l’abito come se portasse t-shirt e jeans, una naturalezza da invidiare; l’avevo già visto molte volte così, ed era sempre una visione celestiale. Eppure quella sera era ancora più bello.
Non riuscivo a capire il motivo, o forse lo sapevo ma era difficile da ammettere, era come se i miei occhi riuscissero a vederlo più bello solo perché aveva la convinzione che saremmo stati insieme quella sera. Finalmente dopo tanto tempo.
-Ciao.. – dissi mormorando appena. Tanya ed Alice stavano probabilmente preparando la cena chiuse in cucina, Angela doveva ancora tornare.
-Ciao.. – mi rispose, notai che gli mancava il fiato. –Sei...incantevole… – storsi il naso ed arricciai le labbra in una smorfia per niente carina. Nonostante fossi obiettivamente carina stasera, i complimenti non mi piacevano molto, mi imbarazzavano tantissimo.
-Grazie...anche…anche tu stai molto bene.. – decisi di non iniziare una lotta verbale sul “no, non è vero non sono bella” e glissai sulle mie paranoie, alla ricerca di qualcosa che mi facesse tremare meno le gambe per l’ansia della serata.
-Sei...pronta? – annuii e lo precedetti verso la porta, entrando qualche secondo in cucina.
-Ragazze, noi andiamo…ci vediamo più tardi.. – mi affacciai senza entrare, per non perdere tempo. Dovevo conoscere le mie coinquiline dopo tutto questo tempo, infatti mi tirarono dentro per un braccio perchè volevano osservarmi.
-Wow Bella…sei fantastica! Questo vestito ti dona davvero molto… se vuoi te lo regalo! – sorrisi e scossi la testa.
-Davvero Bella…sei magnifica. Stasera non oso immaginare lì dentro in quanti impazziranno! – ridacchiai per mascherare il mio disappunto, girandomi per andarmene via il prima possibile. Prima andavamo, prima tornavamo. Non volevo essere al centro dell’attenzione, poco mi importava se non attiravo gli sguardi della gente...anzi era meglio. Era sempre stato così, preferivo nascondermi, confondermi con gli invitati, senza dare troppo nell’occhio, stasera però con questo spacco da far girare la testa la trovavo un’impresa difficilissima. Stasera ero sicura che tutti avrebbero guardato, parlottato...e non solo per l’abito, soprattutto perché ero l’accompagnatrice di Edward Cullen. E la cosa mi pesava particolarmente.
Io sono io, non sono l’accompagnatrice di nessuno. Ho una mia identità, una mia dignità e sapere che probabilmente mi etichetteranno come una ragazza frivola e senza cervello, solo attenta alla vita mondana mi faceva ribollire il sangue. Sapevo come andavano quelle feste: dovevi assecondare tutti e non avevi il tempo di dare il tuo parere colto su alcuni argomenti, gli uomini si rivolgevano a te solo per sapere il tuo nome e si avvicinavano per sentire il tuo profumo. Le donne invece chiacchieravano di vestiti, negozi, atelier e chi più ne ha più ne metta. Tutte cose frivole e senza importanza. A nessuno in quella sala sarebbe importato della mia passione per i classici, per la storia, per le scoperte della ricerca in campo delle malattie rare. Alla gente lì dentro non sarebbe importato sapere che avevo una collezione di libri classici nella mia camera, che avevo provveduto a leggere dall’inizio alla fine e di cui amavo particolari pezzi che mi scaldavano il cuore. In quel momento non ricordavo neanche il motivo per cui avevo accettato il suo invito, probabilmente avevo sbattuto la testa, o non avevo ancora bevuto il mio caffè mattutino ed ero completamente rintronata. Non lo so, ma non mi sembrava più questa magnifica idea.
Per scendere le scale fui costretta a raccogliere il vestito per non inciampare, e vidi Edward sorridere accanto a me. Già mi sentivo instabile per colpa dei trampoli ai piedi, in più si aggiungeva il sorriso illegale di quest’uomo davanti ai miei poveri occhi desiderosi di ardere per lui…no, non ce la potevo fare! Camminai molto lentamente, fregandomene del ritardo che potevamo accumulare e una volta arrivati sul marciapiede sospirai di felicità: nessun intoppo, tutto perfetto! Restavano solo altre mille ore davanti con quelle trappole mortali ai piedi, sotto lo sguardo attento e giudizioso di tutte le persone del ricevimento: non chiedevo di meglio!

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-Volevo chiederti scusa… - esordì qualche minuto dopo aver cominciato il viaggio in auto. Non sapevo dove fossimo diretti, non mi aveva detto il nome del ristorante, ma poco importava in quel momento, un posto valeva l’altro per me.
-Per cosa? – dissi continuando a guardare attorno a me, per non soffermarmi troppo su quel pezzo di uomo al mio fianco, con cui dovevo mantenere freddezza per ciò che era successo. Non potevo gettarmi tra le sue braccia come se nulla fosse accaduto, dove lo mettevo il mio orgoglio?!
-Per come ti ho trattata ultimamente. Non te lo meritavi…e…forse avevi ragione a dire quelle cose prima di partire... – scrollai le spalle e sospirai, la sua ammissione di colpa doveva farmi sentire meglio, ma in realtà non stavo bene per niente.
-Non credo che questo sia il momento adatto per affrontare una discussione così importante Edward. Se avessi voluto parlare con me saresti dovuto venire prima di stasera... – mormorai, pentendomene subito un pochino, in fin dei conti stava tentando di spiegarsi e scusarsi. Se lo bloccavo non potevo dargli la colpa di non aver parlato, e sapevo che sarebbe stato difficile riprendere la discussione più avanti. –Non voglio rischiare che questa serata sia rovinata da problemi personali, che non c’entrano nulla…e che non sono poi così centrali. – asserii convinta, anche se desideravo con tutta me stessa risolvere ciò che stava ancora in ballo tra di noi, giusto per mettere da parte il passato, le esperienze con lui e poter vivere serena e tranquilla. Giusto per poter riprendere a respirare normalmente senza iniziare a piangere, senza chiedermi continuamente cosa diavolo ho che non va. Dovevamo parlare, chiarire, sistemare; anche urlarci addosso potrebbe funzionare, ma non questa sera. Non quando sono già tremendamente agitata.
-Bella...noi dobbiamo parlare davvero. – mi dice convinto e deciso, come se fosse il suo unico obiettivo da raggiungere.
-Oh si, non lo dubito! Il fatto è che me lo avevi detto anche una settimana e mezza fa, quando ancora ero a Forks e mi avevi garantito che avremmo parlato. Era per questo che sei venuto a prendermi all’aeroporto, giusto? Eppure non l’abbiamo fatto. A meno che il tuo parlare non equivalga a urlarci addosso…allora si, in quel caso è stato fatto! – sbottai, senza essere capace di tenermi dentro i miei pensieri pungenti. Sono agitata, dannazione! Non dovrei dare aria alla bocca.
-Mi dispiace! Non dovevo essere così arrabbiato…mi dispiace davvero…
-Non ha più importanza…ormai nulla sembra averne.. – biascicai stanca di quell’argomento tirato fuori, che mi faceva solamente salire rabbia. Non avevo voglia di affrontare una lite proprio ora.
-Siamo arrivati... – disse a voce bassa, parcheggiando l’auto in un posto riservato. Attesi che venisse ad aprirmi lo sportello, come era solito fare, come lo imponeva il galateo e la buona educazione, soprattutto di fronte a tante altre persone. Sapevo che comunque l’avrebbe fatto ugualmente, fregandosene delle apparenze, Esme e Carlisle lo avevano cresciuto con una ferrea educazione e regole di buone maniere.
Quando entrammo al ristorante rimasi colpita. Non ne avevo mai sentito parlare, non sapevo neppure che esistesse un posto così. La sala era completamente illuminata, come se fuori il sole picchiasse a mezzogiorno. Lampadari in cristallo che scendevano dal soffitto, in forme e colorazioni particolari che rendevano tutto molto lussuoso. Sedie imbottite e ricoperte di un telo color bianco, abbinato ai piatti che decoravano i tavoli. La moquette rossa. Alle finestre grosse tende di tessuto di varie tonalità di arancione rendevano l’ambiente molto caldo e accogliente. Era come stare in una reggia, in una sala da ballo. Tutto così enorme, così ben curato, l’argenteria lucidata, i candelabri, composizioni floreali come centro tavola. Tutto estremamente ricercato e lussuoso.
Forse proprio tutta questa eleganza mi metteva a disagio. Gli occhi di tutti si sporsero verso di noi, quando entrammo in sala e le porte trasparenti si chiusero alle nostre spalle, per merito del maître che ci aveva accompagnati. Ero completamente immobile, non osavo fare un solo passo. Per fortuna Edward intrecciò le sue dita alle mie, accompagnandomi verso il luogo adibito all’aperitivo, in cui riconobbi anche la morettina dell’ultima volta…Nora se non sbaglio. E purtroppo ero sicura di non sbagliare. Il tocco con la pelle di Edward aveva avuto il potere di darmi calore e tranquillità in un momento in cui non ne avevo neppure una briciola. Salutai gentilmente tutti coloro che mi rivolgevano un cenno e dedicai un sorriso composto ma fintamente sincero a chi intercettava il mio sguardo. Sia mai che dicessero fossi troppo seria o con il muso lungo, o che so io! Non volevo far fare brutta figura a Edward.
Avevo già un bicchiere di prosecco in mano, quando ci avvicinò una coppia anziana. Lui aveva i capelli brizzolati ai lati e lei mostrava i segni del tempo sul viso, nonostante fosse una bellissima donna.
-Edward! Che piacere vederti! – rimasi al suo fianco, mentre i due uomini si stringevano la mano, e il mio cavaliere baciava il dorso della mano della signora.
-Il piacere è mio! Signora Dump, è un immenso piacere rivederla…stasera è incantevole! – che delizioso leccaculo! –Permettete che vi presenti la mia accompagnatrice...lei è Isabella Swan... – mi poggiò una mano sulla schiena scoperta, che mi fece riempire di brividi su tutto il corpo, prima di aggiungere il resto della presentazione. –Una carissima amica. Isabella, loro sono i signori Dump, i proprietari di questo fantastico ristorante. – tesi la mano al signore che fece un baciamano degno di chiamarsi tale, senza appoggiare davvero le labbra ma soffiandoci solo sopra, e poi strinsi quella della signora al suo fianco. Regalai ad entrambi un sorriso sincero, a pelle mi trasmettevano sincerità e serenità, era come se non dovessi temerli.
-Mi permetta Isabella…stasera è di sicuro la donna più affascinante in questa sala...dopo mia moglie ovviamente! – ridemmo tutti e quattro e lo ringraziai arrossendo lievemente. Odiavo i complimenti, odiavo stare al centro dell’attenzione.
-Vieni cara…andiamo a discutere di frivolezze…lasciamo gli uomini a chiacchierare di affari e di sport! – mi prese sottobraccio e al posto che fare un giro nella sala mi accompagnò fuori, nel giardino estivo.
-Questo posto è davvero magnifico… - mormorai, incantata a guardare le lucine che si sparpagliavano nella siepe che circondava tutta l’area attorno ai tavoli in ferro battuto, sforniti di tovaglie e argenteria per le temperature non ancora consone, ma ricoperti di teli per non farli rovinare. Intorno si intravedevano alcune luci della città e i profumi dei fiori di primavera degli alberi e delle piante che accerchiavano il piccolo giardino adibito alle cene nelle giornate senza pioggia.
-Oh, lo è davvero! Mio marito tiene a questo posto più della nostra stessa casa.. – sorrisi, stando ancora al braccio di questa signora magnifica che pareva avermi presa in simpatia. –Ti spiace se ci diamo del tu? – scossi la testa rincuorata di non dover rispettare le formalità almeno per qualche attimo.
-Mi farebbe piacere se potessimo parlare liberamente…il lei è una formalità che spesso non sopporto nei rapporti personali... – mormorai, sincera. Quella signora mi ricordava un pochino Esme nei modi pacati e tranquilli, nella capacità di metterti a tuo agio, di farti sentire di famiglia, accettata e voluta. Con Esme è sempre stato facile, con lei mi trovavo benissimo, come se fosse una seconda madre.
-E’ molto che conosci Edward? – mi chiese, quando ci sedemmo su una panchina lontano dai tavolini, dando le spalle alla siepe illuminata. Tutte le lucine che stavano in mezzo alle foglie sembravano piccole lucciole, una meraviglia.
-Dagli inizi di ottobre circa.. – fissai il panorama di fronte a me, non sapendo come continuare il discorso, né cosa si aspettava da me questa donna.
-Strano…non ti ho mai vista a nessun ricevimento di questi ultimi mesi...anzi, c’era sempre una ragazza mora, alta e, fammelo dire, molto presuntuosa al suo fianco. – arricciai il naso un po’ infastidita. Lo sapevo bene anche io, ma che ci potevo fare? Io non ero di questo mondo e mai lo sarei stata, ed era più che normale che se doveva essere accompagnato ai party, alle cene e durante la sua vita mondana post vittoria avrebbe cercato qualcuno alla sua altezza. Solo stasera stavo rischiando l’ulcera, mi stava dilaniando lo stomaco tutta questa ansia di fare attenzione a sbagliare.
-Lo so…diciamo che, non sono molto avvezza a questi tipi di feste... preferisco stare tra pochi amici intimi e chiacchierare allegramente ricordando episodi imbarazzanti, con una birra tra le mani e un gioco da tavolo di sfondo.. – mi coprii la bocca con le mani, conscia di aver detto qualcosa che era meglio tenere per sé. –Scusi! Mi spiace davvero molto…io...devo imparare a controllare quello che dico.. – scosse la testa appoggiando una mano sulla mia che avevo abbandonato sulla mia coscia.
-Non ti preoccupare! E’ bello vedere persone sincere di questi tempi…e da quando siamo tornati al lei?! – mi fece l’occhiolino. –E poi non c’è nulla di male sai? Anche noi quando siamo a casa, con i nostri figli, spesso beviamo il caffe stravaccati sul divano, ridendo sguaiatamente delle cose divertenti che capitano…è normalità Isabella..
-Bella...preferisco che mi si chiami Bella.. – sorrisi. Quella donna mi piaceva.
-Allora Bella...raccontami! Cosa fai nella vita, oltre a sopportare uno come Edward? – ridacchiammo e mi sentii veramente felice che qualcuno mi avesse chiesto di me, sul serio.
-Seguo dei master all’University College London, e lavoro part-time come bibliotecaria...in realtà lavoro anche in una palestra di boxe come ragazza del ring…è lì che ho conosciuto Edward.. – abbassai lo sguardo arrossendo. Sapevo già quale reazione avrei suscitato. Stupore, scalpore, vergogna. Era sempre così, ma lo reputavo un lavoro onesto, con una buona paga e mi andava bene così!
-Oh...davvero?! E’ una cosa magnifica…i tuoi genitori saranno orgogliosi di te! – alzai lo sguardo sorpreso su di lei e la trovai davvero curiosa.
-Credo di si…mio padre mostra molto orgoglio verso di me, quelle poche volte che ci vediamo e che cadiamo in argomento! Dovrebbe chiedere a lui però, per esserne sicuri. Non è un uomo che ama esternare i propri sentimenti! – un sorriso si materializzò sulle labbra parlando di lui. –Da poco è nata la mia sorellina, ha solamente qualche settimana ed è la gioia più grande per mio padre e Sue, ciò che gli serviva per affiatarsi e innamorarsi di più...anche io sono orgogliosa di mio padre.. – mi lasciai andare a una confidenza intima, che spesso non concedevo.
-E’ molto carino da parte tua, si vede che gli vuoi bene! E poi…io amo particolarmente i bambini piccoli...ho da poco acquisito un nipotino. Uno dei miei figli ha adottato un orfano e quando non può curarlo per via del lavoro lo lascia a me. Questo birbantello zompetta per casa canticchiando felice, riempiendo ogni mio giorno di allegria. Sarei davvero curiosa di vedere la tua nuova sorellina… – mi disse con lo sguardo sognante. Estrassi dalla borsetta il cellulare e cercai la foto di Claire tra le immagini, mostrandola in braccio a Seth.
-Eccola... – mormorai, con emozione nella voce. Era davvero magnifica.
-Oh cielo! E’ davvero bellissima…come si chiama?
-Claire. – sussurrai. All’improvviso sentii un magone salirmi in gola e le lacrime arrivare agli occhi: mi mancava casa, mai come in quel momento.
-I tuoi genitori saranno al settimo cielo immagino.. – mi disse restituendomi il telefono.
-Mio padre e la sua compagna sono davvero entusiasti e talmente elettrizzati che sono tornati bambini per un po’…- era una gioia osservarli e stare con loro quando ero a casa, quei momenti non li scorderò mai.
-Oh…io non avevo capito…mi dispiace, io non credevo… - cercava di scusarsi con difficoltà, probabilmente per via che avevo usato il termine “compagna” per Sue e non l’avevo definita mamma. Anche se per me lei lo era non mi sentivo ancora pronta per definirla così anche fuori dai miei pensieri.
-Non ti preoccupare … - dissi informale, come se parlassi con Angela. –E’ una cosa ormai datata, che non mi fa più male… piuttosto...vorrei sapere perché siamo qui stasera, Edward mi ha invitata senza realmente dirmi il motivo.. – dissi imbarazzata.
-Oh...che cafone! – sorrise –Vedi la nostra famiglia si trova in rapporti di amicizia intima con i genitori di Edward, Carlisle ed Esme sono due persone fantastiche e stasera io e mio marito festeggiamo trent’anni di attività del ristorante. Abbiamo invitato alcune persone a cui vogliamo bene e a cui siamo molto vicini.. – mi spiegò allegra.
-Oh! Congratulazioni allora...si dice così?! – lei annuii ed io sorrisi. –Quindi stasera ci saranno anche i genitori di Edward?
-Si, ma non ti devi preoccupare, sono persone fantastiche, con loro ti troverai bene.. – sorrisi.
-Lo so bene! Li conosco già. Tra l’altro Esme è la mia docente al corso di letteratura. Seguo con lei dei master! – il suo sguardo sorpreso mi fece arrossire.
-Davvero?! Allora questa volta Edward ha scelto bene! – ridacchiammo e poco dopo tornammo dentro la sala, continuando a chiacchierare, fu lei a raccontarmi del primo giorno di attività e io mi trovai a ridere per gli episodi divertenti di camerieri e cucina, completamente impreparati. Nel frattempo la sala si era riempita, riuscii comunque a scorgere Esme e Carlisle che chiacchieravano con Edward, di fianco al tavolo su cui avremmo seduto durante la cena.

Era stata una splendida serata, magnifica, che si stava per concludere e mi lasciava con il fiato sospeso. Tornare in macchina con Edward, io e lui soli, dopo questa serata rischiavamo di rovinare tutto. Ma sospirai e mi feci forza.
-Allora Bella...sabato prossimo voglio che tu sia nostra ospite! – mi sorrise dolcemente Esme abbracciandomi. –Prometti che ci sarai? – sorrisi anche io.
-Non potrei mai perdermi il tuo compleanno Esme! – salutai anche Carlisle e i signori Dump, proprietari del ristorante, che avrei comunque rivisto la settimana seguente. In silenzio poi salii in macchina con Edward.
-Sei stata meravigliosa stasera… - mi disse quado arrivammo sotto casa. Non aveva detto altro per tutto il viaggio, segno che non c’era molto altro da aggiungere e che il mio pensiero su quanto sarebbe stato difficile riacciuffare il discorso di noi due era più che corretto.
-Grazie...- sussurrai imbarazzata.
-Per una che non fa parte dell’ambiente, e che non è abituata a questo tipo di feste, sei stata magnifica. Desidererei averti al mio fianco sempre... – era una cosa bellissima quella che aveva detto, eppure non riuscivo a sciogliermi del tutto.
-Edward…
-Lo so che dobbiamo parlare... – sbuffò e passò una mano tra i capelli. –Ora però è tardi e...sarà meglio che tu vada a riposare. Ti chiamo domani.. – non so cosa cambiò quella sera, ma sembrava frustrato, non più arrabbiato o indisponente; solo molto triste e frustrato. Scesi dalla macchina dopo avergli lasciato un bacio sulla guancia ed avergli augurato la buonanotte. Come sempre aspettò che fossi dentro al palazzo prima di andarsene.
Non sapevo cosa mi stava succedendo, ma era come se la mia mente fosse pronta e preparata a staccarsi da lui.

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