sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 38



Bella Pov

I giorni passavano troppo velocemente.
Mi svegliavo la mattina e sembrava che passassero solo poche ore prima che mi stendessi a letto per riprendere sonno. Ogni giorno sembrava volare via.
O forse, la vivevo io così.

Avevo ripreso ad andare a lezione, occuparmi delle pulizie di casa quando potevo, la biblioteca, il ring. Tutto come una volta. Non sembrava neppure che fossero passati questi mesi, era come aver ripreso la routine classica e normale di un tempo, e ciò mi faceva riflettere. Perché dovevo pensare? A cosa dovevo pensare? Semplice: era bastato davvero poco per perdere tutto. La fiducia, i sentimenti...sembrava che tutto fosse sepolto sotto una montagna di bugie, cose non dette, feste e party sfarzosi e luccicanti, il successo e tutto quello che ne è derivato. Questa non ero io.
Durante la giornata riuscivo a trovare il tempo per passare qualche momento al telefono con Edward, con il quale chiacchieravamo di cose futili, inutili e senza importanza. Però sembrava che facesse comodo ad entrambi, perché nessuno dei due aveva il coraggio di prendere la situazione in mano e ragionare da adulti. E questa ero io. Con la paura di prendere delle responsabilità, forse più grandi di me.
Ci siamo visti due volte in questi giorni.
Una sera Alice ha voluto organizzare pizza e film a casa, invitando anche Rosalie ed Emmett. Questa volta però, io ed Edward, non occupammo la solita poltrona insieme, non ci sembrava il caso, e la cosa peggiore è che non c’è stato un attimo di esitazione, non c’è stato quel momento in cui ci siamo guardati e silenziosamente abbiamo detto “No, meglio da un’altra parte!” era normale, come se quei momenti non ci fossero mai stati; ci sedemmo sul tappeto, appoggiando la testa al divano. Un po’ mi mancava la sensazione di stare stretti in una poltrona, con i nostri corpi a contatto; mi mancava perché mi sentivo speciale, protetta, amata. Sembrerà strano, eppure quella piccola cosa, quel momento breve, nei mesi scorsi, mi aveva regalato un calore unico. Era…la nostra piccola bolla, in cui sembrava che nulla potesse scalfirci, fin da quando ci reputavamo solo amici, fin da quando abbiamo deciso di andarci con i piedi di piombo. E ci eravamo andati piano davvero. Piccoli tocchi, sorrisi, amicizia…e poi era scoppiato tutto. Una lieve soffiata di aria calda in questo inverno freddoloso e poi il gelo, che si è portato via i pochi ricordi felici. Era come se fossimo tornati due sconosciuti: io non conoscevo più lui, lui non sapeva più come stare con me.
La seconda volta era venuto in palestra, per poi accompagnarmi a casa. Era rimasto con me tutta la sera, avevamo commentato i concorrenti che salivano sul quadrato di fronte a noi, le persone che vedevamo e che ci sembravano strambe, ridevamo ma c’era nell’aria qualcosa di strano. Più che una coppia, come mi sarebbe piaciuto apparire, sembravamo due amici. Sedeva al mio fianco, mi guardava mentre interagivo con George, mi fissava quando salivo sul ring, poi chiacchieravamo delle persone nel pubblico, della gente che passava a salutarlo. Era come se non fosse successo nulla di più intimo, come se i baci fossero stati dimenticati, come se le notti d’amore, almeno lo erano state per me, fossero cadute accidentalmente all’interno di una busta della spazzatura e gettate via! Non riuscivo a capacitarmi di come fossimo arrivati a quel punto. Quella sera era stata divertente, non ridevo da molto tempo, non stavo bene in quel modo da moltissimo tempo. Lui, nonostante fosse freddo con me come non lo era mai stato, nonostante facesse molta attenzione a non sfiorarmi, a non accarezzarmi, a non toccarmi neppure per sbaglio, riusciva a trasformare una serata noiosa di lavoro in qualcosa di più. Pensare che quello era il luogo dove ci eravamo conosciuti, dove tutto era iniziato come un fulmine e poi aveva camminato lentamente, mi faceva salire un nodo in gola e le lacrime premevano per uscire. Feci molta fatica a mantenermi sempre costantemente attaccata al presente, senza volare nei ricordi di qualche mese fa, soprattutto quando uscimmo dalla palestra e passammo davanti al vicolo dove lo trovai quella sera famosa. Quella sera in cui mi accorsi che Edward era di più, molto di più. Non trovai pace fino alla mattina seguente, costantemente persa nei ricordi dei nostri momenti insieme, presa dalla voglia di capire dove avevamo sbagliato.
Non ci eravamo più visti, non mi aveva neppure chiamata, però mi aveva fatto recapitare a casa un vestito grigio, corto per i miei standard ma non troppo in realtà, con un paio di scarpe abbinate, da indossare la sera del compleanno di Esme.
Cioè questa sera.

Mi sono preparata con cura, come se fosse un’uscita pubblica con fotografi e giornalisti, quando invece dovevamo solo andare a cena a casa dei suoi genitori. Eppure non volevo farlo sfigurare. Che sensazione strana! Non ho mai amato agghindarmi così, tantomeno per qualcuno. Ho sempre pensato di essere una ragazza acqua e sapone, di attirare l’uomo della mia vita semplicemente per come ero, senza dovermi fare bella, mostrarmi seducente o ben truccata. Ed ora…invece… le cose erano cambiate e mi mancava la vecchia me!
Era passato a prenderci un’ora prima della cena e mi aveva fatto una miriade di complimenti su come fossi bella. Mi guardava con desiderio. Potevo scorgerlo benissimo. E la cosa, anche se mi lusingava, mi faceva sentire sbagliata. Io non ero così.
Una volta varcata la soglia di casa Cullen, però, sparì. Era troppo impegnato a chiacchierare e intrattenere gli ospiti, come se fosse lui il padrone di casa. In realtà quella era casa dei suoi genitori. Era normale che conoscesse tutti e che la gente presente conoscesse lui, era ovvio che avrebbero voluto fare complimenti e stringere la mano ad un campione. Dovevo solo ricordarmelo! E non dovevo prendermela perché mi aveva lasciata all’ingresso senza più venirmi a cercare, senza portarmi con lui, senza comportarsi da persona gentile, da uomo perfetto e galante. No, mi aveva lasciata lì e stop, dovevo arrangiarmi.
Durante la cena mi sono accorta che poco distante da noi sedeva un ragazzo che avevo incontrato più volte in facoltà e che era un assistente di Esme, così mi ero avvicinata per salutarlo e farci qualche chiacchiera, non volevo dar modo alle persone di pensare che fossi asociale, e non volevo stare sempre e solo con Angela e Tanya che osservavano il culo ad ogni passante, indipendentemente dall’età! Quando cominciai a chiacchierare di alcuni posti di Londra che valeva la pena visitare, Edward si materializzò al mio fianco, appoggiando una mano sul mio fianco e racchiudendomi in un abbraccio che non esisteva da molto tempo, tra noi. Subito pensai che avesse finito di essere al centro dell’attenzione e che finalmente si fosse deciso a stare con me, poi però ad ogni nuova domanda che io e Mark, l’assistente di Esme, ci porgevamo era uno sbuffo. Uno sbuffo e un grugnito. Avevo capito che erano chiari segni di gelosia, ma non potevo certo evitare di conversare con qualcuno solo perché lui era geloso. Non potevo fare ciò che voleva, io non gli dovevo nulla; lui aveva fatto quello che aveva voluto per tutti questi mesi, dalla vittoria si era trasformato ed io non potevo neppure chiacchierare? Era assurdo.
Eppure lui non la pensava allo stesso modo. Perché per il resto del tempo mi tenne il muso e rispose a monosillabi, risultando molto scontroso e burbero, sfiorando la maleducazione! Sbuffai molte volte di frustrazione. Sembravo un treno a vapore. Ciuf! Ciuf! Sbuf! Sbuf!
Fino a quando non fu ora di andarsene e allora sospirai di piacere.
Sapevo già che in macchina avremmo discusso e litigato fino a che non sarei scesa arrabbiata per tornarmene a casa, anche quella volta da sola. E le ragazze, per evitare di assistere a tutto ciò erano tornate a casa con Alice e Jasper. Credevano di farmi un favore lasciandomi da sola con lui, per risolvere prima. Cosa che ovviamente non sarebbe stata possibile.
Salii in macchina sospirando, preparandomi già alle urla. Lo vedevo da come teneva il pugno stretto in tasca, dalla mandibola contratta. Non presagiva nulla di buono.
-Edward.. – dissi a voce bassa per richiamarlo una volta fuori dal cancello dei suoi. Se dovevamo affrontare il problema era meglio iniziare a toglierselo di torno subito. Non volevo che passassimo tutto il viaggio in silenzio, rischiando di aggiungere cose su cose da chiarire, di cui parlare.
-Sta zitta! – brontolò con voce grossa.
-No...ora parliamo! Sei stato intrattabile tutta la sera! Si può sapere che diavolo ti prende? – lo sapevo, ma volevo che lo ammettesse.
-Stai solo zitta! – disse di nuovo con voce rude. Allargai gli occhi, sorpresa dal tono che stava usando nei miei confronti, dalle parole che continuava a ripetere. Zitta, dovevo stare zitta?! Non ci pensavo minimamente!
-Senti…tu non sei nessuno per darmi ordini! Ti è chiaro il concetto? Quindi vedi di spiegarmi che cazzo ti è preso stasera!
-A ME?! Ti stavi scopando con gli occhi quel damerino dell’assistente di mia madre, davanti a tutti gli ospiti! – rimasi allibita. Aveva urlato e non era mai successo; con la voce più dura che gli avevo mai sentito. E ciò che aveva detto era talmente assurdo che non riuscivo a crederci.
-MA CHE CAZZO STAI DICENDO?! – se doveva urlare lui, potevo farlo pure io. Magari così avremmo pareggiato i conti.
-STO DIAVOLO DI VESTITO TI MOSTRA LE TETTE! E quello non smetteva un attimo di fissarle…e tu stavi lì, come nulla fosse…
-IL VESTITO E’ UN TUO REGALO! VOLEVI CHE LO INDOSSASSI STASERA! – mi stava facendo incazzare come non mai. E sentivo già il livello di panico della mia psiche arrivare. Quando succedeva….dovevo avere la pallina antistress che mi aveva regalato Jake anni fa, o avrei distrutto ogni cosa presente. Era un effetto della rabbia che mi ero tenuta dentro per tanti anni, Kate me lo diceva sempre. La mia amica mi aveva spiegato che quando arrivavo ad arrabbiarmi tanto, quando ero furiosa non ero capace di controllarmi perché probabilmente in passato mi ero tenuta dentro troppe cose…ed ora esplodevo. Ho sempre voluto cambiare, calmarmi, cercare di essere una persona più…normale. Invece mi trovavo con questo problema che mi agitava e mi mandava in confusione il cervello e mi lasciava sfinita. In più…alzavo la voce, gridavo e diventavo isterica.
-Non dovevi stare lì come se ti piacesse come ti stava guardando! – buttò fuori con rabbia.
-Guarda che a me non piaceva proprio e sinceramente non me ne ero neppure accorta che mi fissava le tette. Anzi...questo vestito mi piace, mi sento sexy e ti ringrazio di avermelo regalato…l’ho indossato solo per te.. – aveva abbassato la voce lui, ed io avevo cercato di calmare i toni, perché non volevo che si continuasse a urlare. Perché volevo darmi una calmata, respirare a fondo e pensare a cose positive, esattamente come Kate mi ha insegnato per evitare questa rabbia. Pensai a Jacob e Maggie, alla loro voglia di ridere e scherzare sempre, a come stavano bene insieme.
-Ho fatto male. Non dovevo prendertelo. Dovevi indossare un jeans, largo, e un maglione coprente.. – risi di gusto a quella frase borbottata tra i denti, ma comprensibilissima.
-Edward…sei geloso?! – domandai con tono dolce. Eravamo al nocciolo della questione, poteva ammetterlo, doveva ammetterlo e allora sarebbe stato tutto più chiaro, anche ai miei occhi. E allora forse…mi avrebbe dimostrato, almeno un po’, che c’era qualcosa da salvare, che potevamo tentarci.
-Chi io? Di chi….di quello? Quel…cagnolino con le orecchie a sventola e gli occhiali da talpa? Ma fammi il piacere! – scoppiai a ridere.
-Oh si…tu sei geloso invece!
-No! Ti sbagli!
-Sei geloso invece…. – ripresi a dire ancora con ilarità. Era così assurdo a non ammetterlo.
-No!
-Si!
-NO TI HO DETTO! Ed ora finiscila! – mi schiantai sul sedile allibita. Aveva urlato di nuovo. Non era per niente calmo stasera.
-Senti Edward…non è che ogni uomo che mi gira attorno sia un potenziale nemico per te…un rivale… - iniziai a dire, ma mi fermò subito.
-Ah no? Certo…forse se mettessi in chiaro con tutti questa cosa...invece che sorridere, ammiccare, essere gentile con tutti! Santo cielo! Ogni volta che giro lo sguardo c’hai un polipo diverso attaccato addosso! – non sapevo come rispondere, per cui feci silenzio, finché lui non ricominciò. –E’ per questo che ti sei staccata? Perché pensi a qualcun altro? C’è qualcun altro? – mi girai di scatto fulminandolo, anche se non poteva vederlo.
-MI PRENDI PER IL CULO?! – dissi a voce alta, tanto da farlo sussultare e voltare verso di me. –ME LO STAI DAVVERO CHIEDENDO? – e lì seppi di aver perso il controllo di me stessa. Ero stufa che mi reputasse una poco di buono, perché secondo lui ci provavo con qualsiasi essere sulla faccia della terra, dato che mi vedeva sempre con uomini diversi, perché secondo lui due chiacchiere con un ragazzo era “starci insieme” a quanto pareva.
-SI TE LO CHIEDO! Sei sempre con un uomo diverso cazzo! Non posso distrarmi un attimo!
-MI STAI DANDO DELLA POCO DI BUONO EDWARD? – il tono di voce rabbioso e il volume un po’ troppo forte. Lui non rispose. –MA VAFFANCULO! NO MA VAFFANCULO VERAMENTE!
-VACCI TU! – sbottò dando una manata al volante.
-MI HAI DATO DELLA TROIA EDWARD! – sbottai dopo un po’ che facevo silenzio, colpita dai toni che stavamo usando. –TU…Proprio tu che sai, tu che hai ascoltato quello che ho detto mesi fa, tu! Al quale ho raccontato cose che neppure Alice conosce! DANNAZIONE! Tu…che sono mesi che non fai altro che evitare i tuoi amici di sempre, per andare incontro al successo! Non ti sei minimamente domandato se lo stile di vita che hai condotto in questi mesi ha influito su di noi?! Eh? Tu! Tu che non sei stato riconoscente verso di me, nonostante ti sia stata a fianco quando eri in un momento difficile…..PORCO CAZZO! TU! – urlai presa ormai dal raptus di follia e rabbia. –Sei uno stronzo! UNO STRONZO HAI CAPITO?!
-NO LA STRONZA SEI TU! Non è una colpa se ho fatto successo, se mi vogliono, se piaccio alla gente…non è colpa mia! SONO FORTUNATO e mi piace quello che faccio! E’ la mia vita e faccio quello che mi pare...non ho bisogno di qualcuno che mi dica come comportarmi! E gli amici ci saranno anche dopo! – scoppiai a ridere ironicamente. Di nuovo quel discorso, di nuovo io che non capisco, io che non sopporto, io che non accetto. Io.
-Certo! Sono tutti lì che aspettano te…vallo a chiedere a James! Certo che hai proprio una faccia da schiaffi! Che poi…stai qui a insultare me…quando tu hai baciato quella…. – lo vidi sussultare. –Credevi che non me ne ricordassi Edward? Hai proprio una faccia da stronzo! – dissi infine.
-Vaffanculo! – una manata sul volante! –Vaffanculo! Vaffanculo! – altro pugno sul volante. La strada era buia di fronte a noi, e iniziava anche a piovere forte. –Mi dispiace va bene? Mi dispiace per quello che è successo. Vorrei tornare indietro ma non si può. E non me ne faccio una colpa così grave per quello che è accaduto. Forse non ero pronto….per il successo…per…tutto…soprattutto….per noi…- borbottò alla fine, per cui non ero certa di aver capito.
-PER NOI?! – urlai esasperata. –TI RENDI CONTO?- non ero capace di abbassare la voce e le urla che riecheggiavano in macchina mi davano fastidio alla testa. –LASCIATI ANDARE! Mi avevi detto…LASCIATI ANDARE! Più fiducia. Più libertà…più belle parole del cazzo! Ho fatto male a far cadere le mie difese con te. Ho sbagliato tutto. Ho sbagliato a parlarti di me, a raccontarti di mia madre, ad affezionarmi! SONO UNA STUPIDA! – gridai verso me stessa. –MI FIDO DI TE mi hai detto! TI RENDI CONTO??? – ormai urlavo e basta, la voce stava anche sparendo e la gola mi faceva male. La testa poi iniziava a girare. Avevo mandato all’aria i consigli di Kate, ormai nessun pensiero tranquillo e gioioso riusciva a farmi respirare normalmente o parlare ad un tono accettabile.
-Bella…calmati! – si voltò a guardarmi e non so cosa vide nel mio sguardo, ma parlò cercando di trattenere la rabbia e il tono di voce, per la prima volta da quando eravamo entrati in questa cazzo di macchina. –Calmati…parliamo civilmente. – era lui che adesso diceva a me di parlare civilmente? Non aveva fatto altro che insultarmi, urlare, dire parolacce; ed ora io dovevo stare calma! Tremavo, me ne rendevo conto, gli occhi erano sgranati e il fiato corto. Cominciavo a sentire la crisi arrivare.
-NO! – gridai. E lui sussultò sbandando appena. Tornò con lo sguardo su di me per poi volgerlo alla strada. –Fammi scendere!
-No…Bella aspetta…stai calma per favore. Respira e cerchiamo di discutere come due adulti. – stava cercando di mantenere la calma, probabilmente per tutti e due, ma io ormai ero fuori di me.
-Fammi. Scendere. – dissi dura. Lui scosse la testa e si voltò a guardarmi velocemente.
-Bella…calmati…per favore.. – forse il mio sguardo gli faceva paura, perché continuava a ripetermi di stare calma. Solo che io avevo il fiatone e dentro quell’auto mi sentivo senza ossigeno. Ed io avevo bisogno di ossigeno, avevo bisogno di tornare a respirare. –Ascolta...mi dispiace se ho urlato…io non volevo. E’ che quando si tratta di te…perdo un po’ la concentrazione. Non…volevo offenderti stasera. Non penso quelle cose…ora però…calma okay?
-Fammi scendere.. – dissi ancora, indebolita dalle sue parole. –Non voglio stare qui dentro. Fammi scendere.. – ripetei. Cominciavo ad agitarmi. Mi rendevo conto di muovermi sul sedile, come se ci fosse qualcosa che mi disturbava. Respirai, chiudendo gli occhi...e cercai di sentire Kate al mio fianco, come quando condividevamo la stessa stanza: “focalizza pensieri positivi, Bella”. Pensai a Forks, a casa mia, a Claire, la mia bellissima sorellina. –Non mi hai neppure chiesto di vedere mia sorella. Sono tornata e non sai neppure che nome le hanno dato. Mi sono affezionata ad una persona che non esiste. Ho sbagliato ancora. Mi sono lasciata andare con un uomo che non merita un cazzo dalla vita. Tanto meno il mio affetto… - parlai con me stessa ma lui ovviamente mi sentì e irrigidì i pugni che tenevano il volante.
-HAI VOGLIA DI OFFENDERE STASERA?! – lo guardai allibita.
-Io? Sei il primo ad aver iniziato.
-Vaffanculo!
-FAMMI SCENDERE! – urlai come una bestia tenuta in gabbia e lui si voltò a guardarmi spaventato.
E fu un attimo.
Sentimmo il rumore della lamiera che veniva a contatto con un'altra lamiera. I fari ci illuminarono appena. Non mi resi conto di nulla. Solo il rumore. E la voce di Edward che diceva “No” continuamente. E poi l’impatto.





BOOM!






Quando aprii gli occhi non capivo dove mi trovavo. Alzai un braccio per toccarmi e sentii umido sulla testa.
Piove?
Guardai le mani. Un liquido strano e denso che non sembrava acqua. Portai le mani al naso, la poca luce non permetteva di vedere bene. L’odore ferroso mi strinse la gola.
Sangue.
Poi i ricordi si susseguirono veloci.
Le nostre urla.
Io che mi agito.
Lui che mi guarda.
Il camion che non abbiamo potuto evitare completamente.
La macchina che striscia lungo il camion, la strada bagnata.
Ed Edward che sterza per evitare un’incidente mortale, la macchina che gira per colpa dei freni sul bagnato, finendo contro uno dei pochi pali lungo la strada. Ricordo di aver chiuso gli occhi per non guardare come ci piegavamo sul tettuccio, portai le mani a coprirmi gli occhi e urlai il suo nome. Edward. Avrei voluto stringergli la mano, piegarmi su di lui, proteggerlo, sentire il suo corpo caldo e sapere che era solo un incubo. E invece aprii gli occhi e il cielo era sopra di me, e l’odore del sangue mi riempiva il naso.
Mi guardai attorno. Stavo con il busto fuori e con le gambe dentro l’auto cappottata, lontano dal palo che abbiamo centrato con la fiancata di Edward. Vetri rotti attorno a noi. Le mie braccia coperte di sangue.
Odiavo il sangue.
Mi sentivo già girare la testa.
Mi veniva da vomitare.
-E-E..Edward?! – lo chiamai a bassa voce, con il poco fiato che mi era rimasto.
Non rispondeva.
Cercai di focalizzare ciò che avevo attorno, per vedere se era stato sbalzato fuori dall’auto. Vedevo solo i fari delle auto che passavano, alcuni in lontananza che chiamavano i soccorsi, sentivo poco e niente. La pioggia che cadeva mi dava fastidio, mi pizzicava gli occhi e mi faceva bruciare le ferite che avevo. Non sentivo bene…
Nelle orecchie ancora il rumore di pochi istanti prima.
-Edward! – dissi più forte.
Nessuna risposta.
Ero di traverso, ma non riuscivo a muovere il busto, era come se fosse schiacciato da qualcosa. Alzai il collo per guardare, cercando di non fare movimenti troppo bruschi e lo vidi. Il corpo di Edward semidisteso su di me. Lo mossi violentemente, agitando le gambe per svegliarlo. Speravo che fosse solo svenuto.
-Edward…ti prego rispondi! Ti prego… - gli occhi divennero lucidi e con il braccio che riuscivo a muovere senza problemi cercai di arrivare alle sue spalle per smuoverlo più forte che solo con le gambe. –Edward!
-B-Bella?!
-Sono qui! Sono qui, sotto di te! Apri gli occhi!
-Bella! Dio Bella! Come stai? Stai bene? – non riusciva ad alzarsi perché eravamo bloccati dalle cinture, dai sedili, dagli airbag, da un sacco di cose che non riuscivo a focalizzare.
-Non lo so…non so come sto. Ma ho dei tagli. Tu…tu come stai?
-Non lo so...mi fa male tutto.. – disse con voce debole.
-Edward…resta sveglio…urlami addosso se vuoi…Edward.. – cercavo di parlargli.
-Mi dispiace per quello che è successo Bella….scusami… - mi disse ed allungò un braccio verso il mio, ferendosi con un vetro. Con tutte le ferite che avevamo, una in più non faceva differenza.
Le nostre mani si intrecciarono.
L’ambulanza ci trovò così.
Poi non ricordo più nulla.

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