sabato 3 gennaio 2015

Capitolo 41



Bella Pov

Un’infermiera mi aveva portata in camera e mi aveva aiutata a mettermi a letto e a calmarmi. Tanya era rimasta con me fino a sera, non si era mai presa una pausa. Mi aveva dato il pranzo e la cena che io mi ero sforzata di mandare giù, mi aveva lavata con le salviettine, lasciando l’infermiera a bocca aperta per come si prendeva cura di me rubandole il lavoro. Sinceramente mi stupii io stessa di questo comportamento.
Aveva lo sguardo dispiaciuto, compassionevole e triste. E ancora ce l’ha. Ma è forte e cerca di non mostrarsi veramente così. E’ tutta apparenza la sua allegria, cerca di strapparmi un sorriso, ma ha capito che la situazione è più grave di quello che sembra. Sto in silenzio per quasi tutta la giornata, faccio fatica a rispondere alle domande di chiunque, anche dell’infermiera che viene a cambiarmi le medicazioni. L’unica volta che ho parlato volentieri è stato per chiederle come stava Edward e cos’era successo quella mattina. Mi hanno detto che era un semplice svenimento, che i parametri sono buoni, le ferite sono pulite, che è solo svenuto. Esme me l’aveva detto, ma loro me l’hanno ripetuto, che per colpa dello spavento e del forte stress la sua pressione ne risentiva, il suo cuore ne risentiva, ma che pensavano di averlo stabilizzato e non sanno a cosa è dovuta la perdita dei sensi di quella mattina.
Io lo so. Era quel bip fastidioso che ho sentito subito avergli detto che non lo volevo vedere, quel rumore che non capivo da dove provenisse, quel suono che avevo ignorato. Quella macchina controllava il suo cuore e dava segni di affaticamento e instabilità. L’ho ignorata, come ho ignorato il suo sguardo dispiaciuto e impaurito.
I suoi occhi mi tornano in mente così carichi di rimorso, delusione, tristezza, colpevolezza. Io li ho visti ed ho ignorato come si sentisse, ho continuato a sparargli addosso, a sputare il mio odio contro di lui, che voleva solo scusarsi. Se l’avessi lasciato parlare, forse ora staremmo meglio entrambi. Se avessi lasciato che si scusasse forse non saremmo a questo punto, forse potremmo ricordarci con il sorriso, salutarci quando ci vedremo fuori di qui. Forse scusarsi sarebbe servito. Tanya doveva aver intercettato i miei pensieri, perché non appena l’infermiera se ne era andata lei aveva preso posto al mio fianco, la mano stretta tra le sue e mi aveva parlato con il cuore in mano.
“Non potevi fare nulla per impedirlo Bella, so quanto stai male ora, posso immaginare la sofferenza che senti dentro di te. So per certo che vorresti andare da lui e alleviare il suo senso di colpa, abbracciarlo, far finta che tutto ciò non sia mai esistito. Purtroppo però, hai fatto la scelta giusta. Non potevate continuare così. Era distruttivo. E’ meglio così…se poi in futuro le cose saranno diverse… se siete destinati….vi ritroverete. Ora hai fatto la cosa giusta.”
Aveva cercato di alleviare il mio senso di colpa. Ma non ci è riuscita. Ho continuato a sentire quella morsa stretta sullo stomaco per tutta la giornata, per tutta la notte, per tutti i giorni a seguire.
Tanya mi sorride, cerca di interagire con me, mi porta delle riviste di moda e guardiamo stupidi programmi alla tv. Non ne sono entusiasta, fisso i colori e le forme. Ma non vedo nulla. E’ come se i miei occhi si rifiutassero di concretizzare, ho solo il volto straziato di Edward in mente. Mi tormenta.

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Mi hanno lasciata andare a casa due giorni dopo.
E in tutto questo tempo il viso di Edward non si è spostato dalla mente. Mi chiedo come sia possibile. Mi chiedo perché ci sto così male, sapevo già che sarebbe andata a finire così.
E invece no.
Io speravo in qualcosa di più.
Speravo in una storia di quelle esemplari, di quelle che ti piace ricordarne i dettagli, che quando guardi indietro hai solo sorrisi e mai lacrime. Non avevo avuto quello in cui speravo. Mi sentivo così abbattuta.
Le ragazze mi avevano fatto trovare dei palloncini in camera al mio ritorno ed ero davvero felice di essere uscita dall’ospedale, li odio quei posti.
Eppure guardandomi attorno, nella camera…mi sembrava tutto così lontano, così distante da me. Come se per la prima volta non mi sentissi nel posto giusto. Guardavo le pareti, non le riconoscevo. La scrivania piena delle mie cose, non sembrava neppure la mia. La chitarra in fondo al letto mi lasciava con gli occhi lucidi.
Mi sentivo così stanca.
Mi sentivo fuori posto.
Volevo tornare a casa.
A Forks.
La cosa positiva di stare tutto il giorno a letto, per non gravare troppo sulla ferita della gamba ancora in via di guarigione era poter pensare. La mattina a casa c’era solo Angela, che doveva preparare la tesi; lei era così disponibile, veniva a controllare se avevo bisogno di qualcosa ogni tanto, ma per la maggior parte del tempo se ne stava in camera a studiare, con la porta aperta perché potesse sentirmi se la chiamavo. Non la ringrazierò mai abbastanza questo…perché avevo davvero bisogno di stare per i fatti miei a riflettere.
Il polso non fasciato mi mostra l’ultima pazzia sul mio corpo “Vivere è non pensare”. Che gran cazzata!
Eppure quando l’ho fatta scrivere con l’inchiostro sulla pelle, non mi sembrava poi questa stronzata. E’ stato un motto proficuo per quel periodo. Ho avuto la possibilità di lasciarmi andare, di avere fiducia…
Si, per cosa? Per essere di nuovo sul punto di piangere ogni volta che ripenso a lui.
So che è uscito dall’ospedale. Ormai è passata una settimana dalla mia dimissione. E’ tornato nel suo appartamento, mi ha riferito Alice che non c’era altro posto dove volesse andare, ed ha insistito con tutti perché fosse lasciato solo. Vedevo nello sguardo della mia coinquilina un po’ di dispiacere quando parlava di lui e mi chiedevo a cosa fosse dovuto. Nonostante questo, non ho mai approfondito l’argomento, non ho mai chiesto notizie più di quelle che lei voleva darmi.
Era difficile. 
Faceva male.

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Questa sera Rosalie ed Emmett sono a cena da noi, Alice li ha invitati per vedere se il mio morale si risolleva, ma credo che sia impossibile. Tantomeno con loro che sono un filo diretto, per i miei pensieri e non solo, con Edward. Ma si sono impegnate tutte al massimo e quello che posso fare io è semplicemente stare seduta a tavola, cenare e stare in compagnia, anche se non mi aggrada per niente. Devo fare uno sforzo, dopo due settimane devo cercare di mostrare qualche segno di miglioramento, anche se io stessa fatico a vederli all’orizzonte!
Mi hanno sistemata sul divano mentre Rosalie ed Emmett mi fanno domande sulla mia salute. Rispondo malvolentieri, ma rispondo, cerco di sorridere, ma forse non arriva ai miei occhi. Speravo che il discorso “Edward” non si toccasse stasera, ma è impossibile che essendoci sua sorella fosse davvero evitato. E infatti, le sue parole arrivano prima di quanto mi aspettassi.
-Bella…noi non sappiamo come sono andate le cose veramente quella sera. Edward si è preso tutta la colpa ma…è davvero così? – mi domanda Rosalie. Forse lei conosce bene suo fratello, forse lei ha visto che non aveva bevuto. Questo è il tarlo che mi tormenta da quel giorno. Gli ho urlato addosso parole davvero bruttissime, gli ho detto che mi fa schifo, quando non è vero. Gli ho detto che non lo voglio più vedere, che era meglio se non l’avessi aiutato quella sera. E i suoi occhi si sono riempiti di lacrime, erano tristi e sconcertati. Terrorizzati.
-Rose…non…non ne voglio parlare… - dico con fatica. Ricordare ogni singolo secondo mi fa male il cuore. Ed io non voglio stare peggio di così. Mi tengo a malapena intera.
-Senti… - mi dice a voce bassa, prendendo posto di fianco a me sul divano, mentre le ragazze sono in cucina a finire di servire nei piatti. Rose lancia un’occhiata ad Emmett che annuisce. –Non voglio sapere come sono andate le cose, d’accordo? – io annuisco debole. Non vuole saperlo solo per non mettermi fretta, ma è sua sorella, vorrà proteggerlo. –Ma vorrei che tu parlassi con Edward... – sbianco all’improvviso, sentendomi pervadere dal terrore. Non posso.
Non posso parlare con lui. Se parlo con lui so che lo perdonerei, che mi perderei nei suoi occhi, che mi ricorderei tutti i motivi per cui mi sono innamorata di lui. Non posso. Non posso perché non potrebbe mai funzionare e rivivrei tutto dall’inizio, tutto un’altra volta…troppo dolore ancora.
Gli occhi mi si aprono così tanto che pare vogliano uscirmi dal volto e mi manca addirittura il fiato a pensare a quell’eventualità.
-Rose…Rose non posso...non posso. Non posso… - dico mormorando, come una litania.
-Okay Bella…calmati ora però.. – mi accorgo di tremare solo perché la coperta mi cade dalle braccia, scossa dal tremore. –Calmati… - annuisco.
La serata è stata tutt’altro che piacevole, ma per fortuna è finita prima di quanto sperassi. Avevano capito che non ero nel pieno delle mie forze e se ne erano andati subito dopo il dessert. E’ Alice che mi prepara per la notte, aiutandomi a infilare il pigiama e a stendere la pomata per le escoriazioni.
-Bella...posso…farti una domanda? – mi chiede e si siede sul letto. In quel momento anche Angela e Tanya ci raggiungono, la prima si siede sulla scrivania, la seconda si appoggia allo stipite della porta.
-Certo…
-Tu…ecco...Sei solo confusa e frastornata e shockata dall’incidente o…c’è qualcos’altro? – Mi chiedevo quando sarebbero arrivate le domande su Edward. Come glielo spiegavo ora? Come spiegavo alle mie tre coinquiline che colpevolizzano l’uomo che amo per l’incidente, che è anche colpa mia? Che non dovevo urlare, che Edward non aveva bevuto, che sto male senza di lui?! Guardo Tanya che mi è stata vicina quel giorno, che ha ascoltato le parole che gli ho detto e che è anche l’unica che sa quello che davvero provo, lei sa anche solo leggendomi gli occhi. Scuote la testa e sospira guardando per terra un secondo per poi riportare lo sguardo su di me, forte, deciso con una punta di dispiacere che riesco a leggere benissimo. Potrei aprirmi, parlare con loro e spiegargli che il mio cuore è lacerato da tutte le settimane che abbiamo passato a ferirci, alla confusione che si prova quando non riesci ad avere un dialogo con il tuo uomo, al dolore di vederti messa in un angolo quando ti sentivi il centro del mondo. Eppure sono convinta che non capirebbero fino in fondo e che, forse, non riuscirei a spiegare quello che davvero sento. Mi guardano e negli occhi ancora quella domanda. Come gli spiego che lo sguardo di Edward di quella mattina mi torna in mente ogni secondo della giornata, che non faccio altro che pensare a lui, che mi manca?
Sospiro e gli occhi si riempiono di lacrime, abbasso la testa per non mostrarli a loro.
-Stai male per Edward vero? Tu lo ami...ti sei resa conto che lo ami ancora, nonostante tutto, ed ora stai male. Non vuoi dargli la colpa di quello che è successo e vorresti rimangiarti le parole che gli hai detto in ospedale….vero? – mi domanda Tanya con tono duro. Annuisco debolmente.
-Oh Bella! – Alice mi stringe la caviglia che non mi fa male, in un gesto di conforto. –E allora perché non lo chiami? –alzo la testa di scatto e Tanya ha gli occhi chiusi. Non so perché ho guardato lei per prima, ma è come se fosse lei che ha portato avanti la battaglia per evitare che io ed Edward stessimo insieme. Ma non è colpa sua. Ha detto solo quello che pensava. Quello che tutti pensano.
-Perché… - biascico, senza saper continuare.
-Non devi basarti su quello che diciamo noi Bella... – mi dice Tanya, mantenendo lo stesso tono freddo. –Io non ti dico quello che penso per farti agire come agirei io…ti dico quello che penso perché sono sincera e sono tua amica e perché Edward si è comportato da stronzo, prima dell’incidente e poi…Dio! Ti ha messo in pericolo Bella, te ne rendi conto?
-Si… - mormoro e lei annuisce.
-Ma non ti interessa questo dettaglio…vero? – scuoto la testa. –Sei innamorata, è normale. Però pensi anche a tutti i mesi precedenti…quando sembrava che neppure foste una coppia… – annuisco e lei sorride appena, amaramente. –Non puoi stare male in continuazione Bella...hai fatto la scelta giusta, secondo me.
-Stai zitta Tanya! Non vedi come sta? – sbotta Alice.
-Stai zitta tu! Solo perché sei sua cugina! Ne abbiamo discusso in questi giorni e abbiamo dato ad entrambi la possibilità di riflettere. Lei è stata chiara in ospedale con lui e penso che lo abbia capito perfettamente…lei adesso ci sta ripensando già da sola, senza te che le ricordi le belle giornate e i momenti felici. Vuoi che soffra ancora per colpa di quel deficiente? Capisco che fa parte della tua famiglia Alice, ma guardala…guarda in che stato è! Non parla, fa fatica a mangiare, ha perennemente gli occhi rossi e le guance segnate dal pianto! E’ l’ombra di sé stessa. E sono passate due settimane dannazione! – sta parlando a voce alta e mi sorprende che parli così ad Alice, non l’ho mia vista in questo stato. – Cosa vuoi che faccia? Che vada a parlarci così lui si sente meglio? E lei come ne esce? Come esce di nuovo da uno scontro, dall’incontro con lui? Deve lasciarlo andare e dimenticarlo Alice…non fa bene a Bella.
-Ma cosa ne sai tu di quello che fa bene a lei?
-Lo so! Lo so dannazione! Ci sono passata prima di lei! – sbotta alzando le braccia al cielo e urlando. –Mi sono ammalata di depressione quando avevo diciannove anni, per uno stronzo più grande di me. Mi hanno ricoverata d’urgenza perché non mangiavo più, ero deperita, gli occhi erano più grandi di tutto il volto, i capelli erano secchi e le unghie mangiate fino alla radice. Mi facevo schifo. Facevo schifo ai miei genitori. E tutto solo perché un dannato ragazzo mi aveva fatto soffrire! Non ho intenzione di vedere Bella spegnersi come ho fatto io. Non ho intenzione di guardarla come i miei genitori guardavano me. Ha fatto bene a lasciarlo andare! – gira i tacchi e sparisce dalla nostra vista.
-Oh santo cielo! – le mani di Alice portate alla bocca spalancata, Angela scuote la testa incredula e io non so che dire.
-Alice va a parlarci…e chiedile scusa... – mormoro. Lei annuisce, poi chiude la porta dietro le sue spalle. Angela si siede sul letto al posto di Alice.
-Vuoi sapere il mio parere? – dice dopo qualche secondo, affranta. Annuisco perché lei è sempre stata più calma e pacata di quelle due e solitamente stava nel mezzo quando quelle due mi davano i consigli. Di conseguenza non può essere così male. –Avete passato settimane di merda Bella, settimane in cui eravate due perfetti sconosciuti, nonostante foste una coppia. Ciò che è successo vi ha allontanati definitivamente già da tempo, e l’incidente è stato una fatalità che vi ha aperto gli occhi. Penso che tu sia innamorata e che l’amore non lo puoi negare, non lo puoi relegare in un angolo e sperare che non faccia male, penso che nella vita tu abbia sofferto troppo e che non sia giusto che la punizione spetti ancora a te. Penso che Edward abbia sbagliato, ma che una seconda possibilità non si nega a nessuno, penso che in amore le occasioni non finiscono mai…e penso che nonostante tutto anche lui ti ama… – mi dice guardandomi negli occhi.
-Perché…dici…questo? – chiedo a fatica, le sue parole mi hanno riempito il cuore.
-Tu non…sai quello che sta succedendo a Edward vero? – scuoto la testa. Lei sospira forte e poi si gira a controllare che la porta sia chiusa. –Da quando è tornato a casa non parla, non mangia, fa fatica a bere addirittura. Sta solo nel letto a guardare il soffitto. Non si lava, non si rade, non si cambia. Rosalie va da lui ogni giorno insieme ad Alice per farlo ragionare, per farlo riprendere, ma lui non ne vuole sapere. E’…consumato da qualcosa e piange. Rosalie dice che piange. L’ha trovato con le guance lucide parecchie volte. – sono senza parole. –Non dire alle ragazze che te l’ho detto. Loro non approverebbero. – annuisco.
-Cosa…cosa pensi che debba fare? – le domando. Lei sorride timidamente.
-Vuoi davvero saperlo da me? – le faccio un cenno con la testa, affermativo. –Beh…inizierei con un messaggio…per sapere come sta. Se non ti risponde prova a chiamarlo… anche se…la cosa migliore sarebbe andare a parlarci direttamente. Ma soprattutto, prima di ogni cosa, devi capire cosa vuoi fare di voi. – annuisco. Ha ragione.
-Grazie Angy…
-Anche io ci tengo a te come Tanya, nonostante io non abbia nessuna esperienza in questo campo…ma…con Edward ti vedevo felice, molto più di quando non c’era. Ora…non sembri più tu. Non ti spingo a tornare tra le sue braccia, so che potrebbe ferirti ancora…solo…non ti abbattere troppo. Se lui non è quello giusto, troverai chi lo è…e se Edward invece è l’uomo giusto…saprete trovare la via per il vostro amore.
Sorrido e le stringo la mano. Restiamo un po’ così, poi si alza imbarazzata e torna in camera sua. Chiudo gli occhi e sarei tentata di inviare un messaggio a Edward, chiedendogli come sta…ma non ne ho molta voglia in realtà. Preferirei davvero guardarlo negli occhi, parlare chiaro, sentire di nuovo il profumo della sua pelle. E poi ricomincerei tutto daccapo…ne avrei la forza davvero? No.
Adesso stiamo male entrambi però. Che senso ha?
Prendo il telefono con fatica e osservo l’ora. E’ tardi e non mi va di chiamarlo. Non mi va neppure di mandargli un messaggio. Ma ho voglia di parlarci.
Si.
Per tirargli via il senso di colpa che si sente addosso, perché so che si starà tormentando. Non è colpa sua. Per lo meno…non interamente. Gli ho detto delle cose orrende, sono stata due settimane in silenzio senza dire “Non è solo colpa di Edward quello che è successo…”. Quanto sono stronza?
Ho deciso. Domani mi farò portare a casa sua e affronteremo una volta per tutte questa ultima discussione, questo ultimo ostacolo del mio rapporto con lui.
Non stiamo più insieme, è finita forse da tempo, ma dobbiamo chiarire le ultime cose, odio lasciare le cose non dette, fraintese, date per scontate.
Con questa nuova consapevolezza chiudo gli occhi. Domani sarà difficile da affrontare, ma ce la devo fare.
Per lui.
Per noi.
Per me.

Con quella consapevolezza la mattina seguente mi alzo e chiamo James, sono sicura che lui mi aiuterà più che volentieri, gli chiederò un semplice passaggio, sapendo che resterà di sotto per aspettarmi. Abbiamo legato parecchio da quando si è messo con Seth e so che le cose tra loro procedono, anche se sono distanti. Non posso che esserne felice, anche perché…se lo meritano. Posso solo immaginare quanto possa essere difficile affrontare questo rapporto, diverso e per nulla semplice quando si è lontani per cui…vorrei potergli stare vicino. Almeno loro, è giusto che stiano bene. James ovviamente ha detto di si, è passato a prendermi nel pomeriggio.
E’ così che sono finita qui, davanti alla porta d’ingresso, aspettando che Edward mi apra.
E spero che non faccia troppo male.

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